Domenica 2 Agosto 2026
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La Svezia sta avviando un dibattito sempre più ampio sul ruolo strategico dei data center nello sviluppo economico e tecnologico del Paese. Considerati fino a pochi anni fa semplici infrastrutture di supporto per l'archiviazione e l'elaborazione dei dati, i data center sono oggi al centro della trasformazione digitale globale e rappresentano un elemento essenziale per la competitività delle imprese, l'innovazione tecnologica e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. In questo contesto, diversi attori del settore chiedono l'adozione di una strategia nazionale che consenta alla Svezia di consolidare la propria posizione come uno dei principali hub europei per le infrastrutture digitali.
L'interesse crescente verso i data center è strettamente legato all'espansione delle tecnologie digitali e all'aumento della domanda di capacità di calcolo generata dall'intelligenza artificiale, dai servizi cloud e dall'economia dei dati. La competizione internazionale per attrarre nuovi investimenti è particolarmente intensa e numerosi Paesi europei, tra cui Norvegia, Finlandia e Germania, hanno già adottato politiche specifiche per favorire lo sviluppo del settore. La Svezia dispone di caratteristiche che la rendono particolarmente attrattiva: una produzione di energia elettrica prevalentemente priva di combustibili fossili, elevate competenze tecnologiche, una rete energetica sviluppata e un sistema di teleriscaldamento diffuso che consente di valorizzare il calore prodotto dai centri di elaborazione dati.
Secondo gli operatori del settore, questi elementi potrebbero consentire al Paese di assumere un ruolo di primo piano nella nuova economia digitale europea. I benefici attesi non riguardano soltanto gli investimenti diretti e la crescita delle infrastrutture tecnologiche, ma anche il rafforzamento dell'ecosistema dell'innovazione, il sostegno allo sviluppo dell'intelligenza artificiale e la creazione di nuove opportunità economiche a livello locale e regionale. Inoltre, il recupero del calore di scarto generato dai data center potrebbe contribuire ad aumentare l'efficienza energetica dei sistemi di teleriscaldamento, creando ulteriori vantaggi per le comunità ospitanti.
Parallelamente, emerge la necessità di affrontare alcune sfide legate alla crescente domanda di energia elettrica. La transizione energetica, l'elettrificazione dell'industria e dei trasporti e la rapida espansione delle infrastrutture digitali stanno infatti aumentando la pressione sulla capacità produttiva e sulle reti di distribuzione. Per questo motivo, il dibattito in corso sottolinea l'importanza di una pianificazione coordinata che consenta di sviluppare simultaneamente la capacità energetica e quella digitale, evitando possibili colli di bottiglia e garantendo condizioni favorevoli agli investimenti di lungo periodo.
La proposta di una strategia nazionale per i data center nasce proprio dall'esigenza di fornire maggiore chiarezza e prevedibilità agli operatori economici. Tra gli obiettivi indicati figurano la semplificazione dei processi autorizzativi, una migliore integrazione tra infrastrutture energetiche e digitali, la promozione dell'efficienza energetica e il rafforzamento dell'attrattività della Svezia per gli investimenti legati all'intelligenza artificiale e ai servizi digitali avanzati. L'ambizione è quella di creare un quadro di riferimento stabile che permetta di conciliare crescita economica, sostenibilità ambientale e sicurezza energetica.
Nei prossimi mesi il tema sarà al centro di una serie di confronti tra rappresentanti dell'industria, del settore energetico, delle amministrazioni locali e delle istituzioni nazionali. L'obiettivo è individuare una visione condivisa sul contributo che i data center possono offrire alla competitività del Paese, sul loro ruolo all'interno del sistema energetico e sulle modalità con cui lo sviluppo di queste infrastrutture possa generare benefici diffusi per l'economia e la società. In un contesto in cui la capacità di gestire dati e applicazioni di intelligenza artificiale è destinata a diventare un fattore sempre più determinante per la crescita economica, la Svezia punta a trasformare i propri vantaggi strutturali in una leva strategica per rafforzare la propria posizione nel panorama digitale europeo.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)
L’impegno nel rispondere alle necessità della popolazione ha preso piena attuazione in Svezia, dove il Governo ha adottato misure per ridurre le difficoltà dei consumatori legate al costo del carrello della spesa.
Il 25 febbraio 2026, infatti, il Riksdag, il Parlamento del Regno di Svezia, ha approvato la proposta del Governo di riduzione temporanea dell’aliquota IVA sui generi alimentari dal 12% al 6%. La riduzione dell’aliquota è stata implementata il 1° aprile 2026 e avrà validità fino al 31 dicembre 2027.
L’iniziativa figura in un ampio piano di misure fiscali, equivalente a 80 miliardi di corone svedesi, attuato in vista delle elezioni di settembre 2026. L’intento è quello di supportare le famiglie in un periodo di rallentamento economico e di prezzi degli alimenti in continua crescita. Il settore risulta infatti indebolito dalla limitata concorrenza e da fattori ambientali, come gli shock legati alla siccità e all’aumento dei costi energetici. Difatti, secondo il Governo svedese, l’abbassamento dell’IVA condurrà a un abbattimento pressoché totale dei prezzi, con effetti diffusi tra i consumatori appartenenti a tutte le fasce di reddito. Il Governo stima che il costo annuale della spesa per un nucleo familiare con due figli beneficerà di un risparmio di 6.500 corone svedesi, ovvero oltre 588 euro.
Per ciò che concerne la Riskbank, la misura favorisce una politica monetaria più accomodante. Il taglio dell’imposta sul valore aggiunto contribuisce all’abbassamento temporaneo dell’inflazione, dal momento che la crescita dei prezzi al consumo rallenta. Parallelamente, un’inflazione più bassa potrebbe attenuare le aspettative inflazionistiche di famiglie e imprese e i lavoratori potrebbero chiedere aumenti salariali più contenuti, rassicurando la Riksbank sul fatto che l’inflazione in atto non stia diventando strutturale.
La variazione alla Legge sull’IVA precisa che:
Si stima che questa modifica peserà circa 37,2 miliardi di corone svedesi nel periodo di 21 mesi. Nonostante ciò, le istituzioni ritengono che questo provvedimento temporaneo sia legittimato dal sostegno che esso offre ai cittadini in un momento di crisi economica.
Effetti indiretti per la Danimarca
La riduzione della tassazione sui consumi alimentari ha però generato preoccupazioni nella vicina Danimarca, dove viene imposta un’IVA del 25% su tutti i prodotti. A differenza della Svezia, infatti, nel paese non esiste un’imposta differenziata, per cui determinati beni possono beneficiare di un’aliquota IVA ridotta rispetto ad altri.
Lo shopping transfrontaliero è già un fenomeno comune in Danimarca. I cittadini che risiedono relativamente vicini al confine, infatti, hanno già l’abitudine di recarsi in Germania e Svezia per fare acquisti di beni alimentari e non, con un costo annuo stimato di 1,2 miliardi di euro. Questo abbassamento dell’IVA in Svezia, quindi, potrebbe aumentare, indirettamente, questa tendenza.
Secondo il direttore generale di De Samvirkende Købmænd, principale associazione danese dei supermercati e negozi indipendenti, anche la Danimarca dovrebbe intraprendere iniziative per ridurre l’IVA sulle derrate alimentari. Il costo dei prodotti alimentari in Danimarca è tra i più elevati al mondo, incentivando, dunque, uno spostamento verso il confine svedese per l’acquisto di beni alimentari.
Ciononostante, alcuni esperti del settore sostengono che un taglio dell’IVA sui viveri non sia l’opzione più appropriata per la Danimarca. Infatti, il sistema danese si differenzia da quello svedese in quanto privo di un regime IVA differenziato. La riduzione dell’IVA sui soli generi alimentari richiederebbe un cambiamento anche sul piano gestionale e amministrativo. Inoltre, lo scetticismo deriva dal fatto che un’operazione di questo tipo non solo comporterebbe costi per le aziende, ma non produrrebbe benefici sufficientemente significativi per i consumatori.
Vi sono tre ragioni per cui la riduzione dell’IVA sugli alimenti in Danimarca è considerata poco opportuna:
Una soluzione intermedia potrebbe essere la riduzione dell’IVA su frutta e verdura, prima di valutare un’estensione della misura ad altre categorie alimentari.
Nel mentre, nel febbraio 2026, il Parlamento danese ha varato una legge relativa a un voucher alimentare esente da imposte, per aiutare più di due milioni di cittadini ad affrontare l’incremento dei prezzi dei prodotti alimentari che ha caratterizzato il paese negli ultimi anni.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
L'ecosistema tecnologico spagnolo continua ad accelerare la propria crescita ed entra in una nuova fase di consolidamento e maturità. La Spagna ha chiuso il 2025 con 10.294 aziende tecnologiche attive, rispetto alle 8.580 registrate l'anno precedente, il che rappresenta una crescita del 20% e conferma la sostenuta espansione del tessuto innovativo nazionale.
Secondo ilRapporto Nazionale sulle Imprese Tech e Innovatrici 2026, elaborato da Scoutyn sulla base di dati convalidati con le informazioni del Registro delle Imprese, le aziende tecnologiche spagnole generano già 137.042 posti di lavoro e un impatto economico di 19.442 milioni di euro, con incrementi rispettivamente del 26,9% e del 31,2%, superiori persino alla crescita del numero di aziende.
Il rapporto riflette inoltre un cambiamento strutturale all'interno dell'ecosistema. Sebbene il numero di startup sia in leggero calo, passando da 5.010 a 4.856 aziende, la crescita delle scaleup e delle PMI tecnologiche evidenzia una maggiore maturità imprenditoriale. Le scaleup raggiungono già le 672 aziende e le PMI tecnologiche salgono a 4.605, consolidandosi come il grande motore economico dell'ecosistema spagnolo.
La Catalogna mantiene la leadership nazionale per numero di aziende tecnologiche con 2.632 imprese, anche se Madrid raggiunge già le 2.607 e riduce il distacco a sole 25 aziende. Entrambe le comunità continuano a concentrare gran parte dell'ecosistema tecnologico nazionale e del capitale investito. Inoltre, il comune di Madrid si consolida come la principale città tecnologica della Spagna, con 1.801 aziende tech, 833 startup e 140 scaleup, guidando le tre grandi categorie rispetto a Barcellona.
Da parte sua, l'Andalusia registra uno dei maggiori progressi dell'anno e diventa la comunità autonoma della top 5 nazionale che cresce di più in termini percentuali. La regione passa da 714 a 885 aziende tecnologiche ed è inoltre l'unica tra le principali comunità ad aumentare il numero di startup.
Uno dei fenomeni più rilevanti che il rapporto riflette è l'esplosione dell'Intelligenza Artificiale all'interno dell'ecosistema tecnologico nazionale. L'IA si posiziona già come il terzo settore verticale con il maggior numero di aziende tecnologiche in Spagna e il settore in maggiore crescita nel 2025.
Attualmente, la Spagna conta 959 aziende specializzate in Intelligenza Artificiale, contro le 309 registrate l'anno precedente, il che rappresenta una crescita superiore al 210% in appena dodici mesi. Il dato conferma l'accelerazione nell'adozione di tecnologie basate sull'IA e il crescente peso strategico di questo settore all'interno del tessuto innovativo spagnolo.
Il boom dell'IA sta inoltre guidando la trasformazione di molteplici settori tecnologici ed economici, dalla sanità, al fintech o all'industria avanzata, fino all'energia, alla mobilità, all'istruzione o all'automazione aziendale. Il rapporto sottolinea che gran parte delle nuove iniziative tecnologiche in Spagna nasce già direttamente legata a modelli basati sull'intelligenza artificiale, consolidando una nuova fase di specializzazione e sofisticazione dell'ecosistema nazionale.
Parallelamente, il SaaS si posiziona come il principale settore tecnologico del paese con 1.387 aziende, seguito dall'eHealth, con 1.000 aziende, e dall'Intelligenza Artificiale, con 959.
Tra i settori con maggiore presenza spiccano anche: Foodtech (568), Energia (526), Biotech (523), Edtech (515) e Fintech (479).
Il rapporto sottolinea inoltre la crescita sostenuta di settori quali Big Data, sostenibilità, mobilità, sicurezza informatica o automazione, riflettendo una crescente specializzazione tecnologica dell'ecosistema spagnolo.
Gli investimenti in startup e imprese innovative hanno superato i 3,21 miliardi di euro in 327 operazioni nell'ultimo anno. La Catalogna e Madrid continuano a essere i principali poli di attrazione di capitali e insieme concentrano circa il 77% di tutti gli investimenti nazionali.
Il rapporto sottolinea inoltre che la Spagna ha già accumulato oltre 15,5 miliardi di euro investiti in startup negli ultimi cinque anni e rimane uno dei pochi ecosistemi europei in grado di sostenere cifre elevate di investimento in un contesto internazionale caratterizzato dall'incertezza.
L'ecosistema spagnolo mostra inoltre un crescente consolidamento imprenditoriale e finanziario, caratterizzato dall'aumento delle scaleup, dalla crescita di round di finanziamento medi e grandi e dalla comparsa di aziende in grado di competere a livello internazionale e attrarre capitali globali.
Nonostante la crescita generale dell'ecosistema, il divario di genere continua a essere una delle principali sfide ancora da affrontare. Le donne rappresentano solo il 17% dei fondatori di aziende tecnologiche in Spagna, una cifra che rimane praticamente invariata rispetto all'anno precedente.
Nelle startup fondate da una sola persona, la rappresentanza femminile è del 18%, a testimonianza della persistenza di barriere strutturali all'interno dell'imprenditoria tecnologica.
Si conclude che la Spagna sta entrando in una nuova fase di consolidamento tecnologico, in cui la sfida non è più solo quella di creare startup, ma di far crescere aziende in grado di competere a livello internazionale, attrarre grandi round di investimento e generare un impatto economico sostenuto.
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)
In Giappone, l'estate non è solo una stagione meteorologica. È un momento preciso nel calendario economico del paese, strutturato attorno a rituali che si ripetono ogni anno con una cadenza quasi liturgica: i bonus estivi, i grandi saldi, i festival locali, e il movimento di milioni di persone che si spostano per riunirsi con le famiglie durante l'Obon, la ricorrenza buddhista in cui si onorano gli antenati e che ogni agosto trasforma strade, treni e aeroporti in un fiume di umanità in transito. Per chi osserva il Giappone dall'esterno, comprendere questa stagionalità è il primo passo per leggere il mercato con occhi più precisi.
Il meccanismo centrale è quello dei bonus semestrali. A giugno e luglio, la maggior parte delle aziende giapponesi eroga i bonus estivi, una tradizione che può valere anche diversi mesi di stipendio e che produce un effetto immediato sui consumi, spingendo la spesa in settori come il retail e il turismo. Nel 2025, il bonus estivo medio nelle grandi aziende ha superato 990.000 yen, il livello più alto dal 1981, con un aumento del 4,37% rispetto all'anno precedente. Questo picco di liquidità nei portafogli delle famiglie giapponesi coincide con l'avvio dei saldi estivi, che tradizionalmente portano sconti profondi su abbigliamento, elettronica e beni per la casa, e con la stagione dei festival, durante la quale la spesa in cibo, intrattenimento e viaggi accelera visibilmente.
Ma l'estate giapponese del 2026 si inserisce in un contesto economico più complesso rispetto agli anni precedenti. Il settore retail è entrato nell'anno con un momento di minor slancio, dopo un rallentamento delle vendite alla fine del 2025, con i consumatori più cauti a causa del costo della vita elevato e di un'incertezza globale crescente. La domanda interna resta il pilastro dell'economia, ma la sua tenuta dipende da una variabile che si risolverà proprio nelle prossime settimane: se i salari reali, cresciuti nominalmente ma ancora erosi dall'inflazione, torneranno in territorio positivo, i consumi estivi potrebbero riservare una sorpresa al rialzo. In caso contrario, la cautela delle famiglie resterà il tono dominante.
A rendere questa estate ancora più significativa è il contributo del turismo internazionale, diventato in pochi anni una componente strutturale dell'economia giapponese. Nel 2025, il Giappone ha accolto 42,7 milioni di visitatori stranieri, per la prima volta oltre la soglia dei 40 milioni, con una spesa totale record di 9,5 trilioni di yen. Le categorie che hanno beneficiato di più sono stati l'alloggio, il food & beverage e lo shopping, con quest'ultimo in crescita di oltre il 6% rispetto all'anno precedente. I mesi estivi rappresentano uno dei picchi di questa affluenza, e l'Obon in particolare, con i suoi festival locali, le danze tradizionali, le lanterne sui fiumi e i fuochi d'artificio, è diventato una delle esperienze più ricercate dai viaggiatori internazionali.
Quello che emerge, guardando all'estate giapponese come fenomeno economico, è una doppia pressione sulla domanda: da un lato quella interna, legata ai bonus e alla propensione al consumo dei lavoratori giapponesi; dall'altra quella esterna, alimentata dal flusso di visitatori stranieri attratti da uno yen ancora favorevole e da un paese che sa costruire esperienze difficilmente replicabili altrove. Le due dinamiche si sovrappongono nei centri urbani, nei grandi magazzini, nei mercati locali e nei ristoranti, creando una stagione commerciale che non ha equivalenti per intensità e concentrazione temporale in nessun altro grande mercato asiatico. Capire quando e come questo meccanismo si mette in moto è, per chiunque operi o voglia operare in Giappone, una delle chiavi di lettura più utili del paese.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)
Nell’ultimo decennio, il mondo del tech e dell’intelligenza artificiale ha segnato un grande cambiamento non solo nella nostra quotidianità, ma anche nel settore commerciale.
Il contesto macroeconomico statunitense resta caratterizzato da incertezza e volatilità dei mercati, in un quadro segnato da crescenti tensioni commerciali e da una competizione sempre più intensa nel campo dell’intelligenza artificiale. Infatti, il ciclo di investimenti nell'AI continua a crescere: l'analisi di Bridgewater Associates afferma che grandi aziende come Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft investiranno circa 650 miliardi di dollari nel 2026 per espandere l'infrastruttura AI. Questo è un aumento significativo rispetto ai 410 miliardi di dollari dell'anno precedente. Il boom dell'intelligenza artificiale entra quindi in una fase più complessa e potenzialmente rischiosa, caratterizzata da una forte intensità di capitale e da una domanda continua di capacità computazionale che supera l'offerta, che spinge gli hyperscaler ad accelerare gli investimenti.
L’area metropolitana di New York City si conferma uno dei principali poli americani di innovazione in intelligenza artificiale nel 2026 grazie ad un ecosistema fortemente sostenuto da iniziative pubbliche e private. Il rapporto annuale di Tech NYC afferma che, nell'ultimo anno, le aziende tecnologiche basate nella città hanno raccolto oltre 28 miliardi di dollari in capitale venture, con più di 2.000 startup AI in attività e più di 40.000 professionisti specializzati nel settore. Il programma NYC AI Nexus, sostenuto dalla New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), è una parte importante di questa crescita. Per promuovere l'adozione dell'IA nel tessuto economico urbano e facilitare la collaborazione tra startup e imprese locali, l'iniziativa, che è partita da un piano strategico per fare di New York una capitale globale dell'“Applied AI”, prevede programmi di accelerazione, partnership industriali e percorsi di formazione. Nel complesso, queste azioni, insieme alla presenza di grandi centri di ricerca e all'accesso a capitale e talenti, consolidano New York come un hub dinamico per applicazioni AI orientate all'uso enterprise con forti connessioni tra servizi finanziari, media, salute e altri settori strategici.
La rapida crescita del mercato dell'intelligenza artificiale offre nuove opportunità anche alle aziende italiane che operano in settori tecnologici e dei servizi avanzati negli Stati Uniti. Con una crescita annuale superiore al 30%, il mercato dell'AI negli Stati Uniti è tra i più dinamici a livello globale, con un valore stimato di circa 74 miliardi di dollari nel 2025, sostiene il report di Statista. Inoltre, gli Stati Uniti sono il centro di investimento globale più importante nel settore: secondo OECD, il mercato statunitense rappresenta circa il 75% del valore globale dei venture capital destinati alle imprese di intelligenza artificiale. Si aprono spazi significativi per collaborazioni tecnologiche, sviluppo di soluzioni specializzate e attività di ricerca e sviluppo in questo contesto, caratterizzato da una forte domanda di innovazione e digitalizzazione in settori come la produzione avanzata e i servizi professionali. Pertanto, le aziende italiane hanno l’esclusiva opportunità di sfruttare la loro competenza in aree come l'automazione industriale, il software e l'integrazione di sistemi digitali, aumentando la loro presenza negli Stati Uniti attraverso partnership industriali, investimenti e progetti congiunti nel campo dell'AI.
L'AI continua a rimodellare mercati, strategie aziendali e dinamiche lavorative a livello globale. In questo scenario, gli Stati Uniti si confermano uno dei principali poli di sviluppo e investimento del settore, offrendo anche alle aziende italiane nuove opportunità di collaborazione e crescita. La capacità di bilanciare innovazione tecnologica, formazione delle competenze e governance responsabile sarà determinante per cogliere appieno le potenzialità offerte da questo settore.
(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce)
Il mercato polacco del largo consumo sta vivendo una fase di forte evoluzione, nella quale la marca del distributore (private label) sta assumendo un ruolo sempre più strategico. Un fenomeno che, fino a pochi anni fa, veniva associato soprattutto alla ricerca del prezzo più conveniente, oggi si sta trasformando in una leva di posizionamento per le principali catene retail, sempre più attente a qualità, innovazione, sostenibilità e capacità di differenziare l'offerta.
Secondo le analisi presentate in occasione di MARCA Poland 2026, il private label in Polonia rappresenta oggi circa il 23,5% della spesa FMCG delle famiglie polacche, con una crescita del 6,6% su base annua. Il valore del mercato avrebbe raggiunto nel 2025 circa 67 miliardi di zloty, con un incremento di 3,8 punti percentuali rispetto a cinque anni fa.
Nonostante questa progressione, la Polonia resta ancora al di sotto della media europea, dove la marca del distributore ha già raggiunto una quota sensibilmente più elevata. Questo divario segnala un potenziale di crescita ancora importante, soprattutto in un mercato retail dinamico, competitivo e caratterizzato da consumatori sempre più selettivi.
La crescita del private label in Polonia non è più legata esclusivamente alla convenienza. Il consumatore polacco continua a prestare grande attenzione al prezzo, ma nelle decisioni di acquisto stanno assumendo un peso crescente anche gusto, qualità, salute, funzionalità del prodotto e rapporto complessivo tra valore percepito e costo.
Le catene distributive rispondono a questa evoluzione rafforzando le proprie linee a marchio, non solo nei segmenti base, ma anche nelle categorie premium, salutistiche, biologiche, ready-to-eat, free from e ad alto contenuto di servizio.
Per le imprese italiane, questo scenario apre prospettive interessanti. L'Italia può infatti inserirsi in questa trasformazione non soltanto attraverso i marchi propri già riconosciuti sul mercato, ma anche come partner produttivo e tecnologico per lo sviluppo di linee private label di qualità.
Le opportunità riguardano in particolare le aziende agroalimentari, i produttori di specialità regionali, le imprese attive nel biologico e nel salutistico, il settore delle conserve, dei condimenti, della pasta, dei prodotti da forno, dei piatti pronti e delle soluzioni gourmet accessibili. Allo stesso tempo, il fenomeno interessa anche comparti complementari come packaging, design dell'etichetta, logistica, ingredientistica, certificazioni e servizi di co-manufacturing.
La Polonia è il principale mercato food & beverage dell'Europa centro-orientale e rappresenta una piattaforma sempre più rilevante per testare modelli distributivi scalabili anche verso altri mercati della regione.
La crescita della marca del distributore può quindi offrire alle aziende italiane una doppia possibilità: da un lato accedere al mercato polacco attraverso partnership con insegne retail e operatori della distribuzione; dall'altro posizionarsi come fornitori qualificati per prodotti a valore aggiunto, capaci di combinare competitività industriale, qualità percepita e identità italiana.
In questo contesto, il private label non va interpretato come una semplice alternativa economica ai brand tradizionali, ma come uno spazio sempre più evoluto di collaborazione tra industria e distribuzione.
Per le filiere italiane, la sfida sarà quella di proporre soluzioni flessibili, affidabili e coerenti con le nuove aspettative del consumatore polacco: prodotti accessibili, ma distintivi; competitivi, ma non standardizzati; convenienti, ma capaci di comunicare qualità, origine e valore.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
Hong Kong consolida il proprio ruolo di protagonista della finanza internazionale, raggiungendo per la prima volta la posizione di principale centro mondiale per la gestione della ricchezza transfrontaliera. Stando al “Global Wealth Report 2026” di Boston Consulting Group (BCG), nel 2025 gli asset gestiti oltre confine nella città hanno raggiunto circa 2,95 trilioni di dollari, registrando una crescita del 10,7% rispetto all’anno precedente. Con questo risultato, Hong Kong ha superato per la prima volta la Svizzera, che nello stesso periodo ha registrato una crescita del 7,6%, portando gli asset transfrontalieri a 2,946 trilioni di dollari. Un sorpasso di misura che consente alla città asiatica di conquistare la leadership mondiale nel wealth management internazionale.
Il risultato riflette la crescente centralità di Hong Kong nei flussi finanziari globali e la sua capacità di attrarre capitali provenienti soprattutto dalla Cina continentale. Oltre il 60% degli asset transfrontalieri gestiti nella città è infatti riconducibile a investitori della Mainland China, confermando il ruolo di Hong Kong come principale porta d’accesso tra il mercato cinese e il sistema finanziario internazionale.
La crescita è stata sostenuta da diversi fattori. Tra questi, il ritorno di un’intensa attività sul mercato delle quotazioni in borsa, il rafforzamento dei mercati azionari e il continuo afflusso di capitali dalla Cina continentale. Secondo gli analisti, questi elementi hanno contribuito a rafforzare l’ecosistema finanziario locale e ad accrescere l’attrattività della città per investitori e grandi patrimoni.
Il rapporto evidenzia inoltre come la geografia della ricchezza globale stia attraversando una fase di profonda trasformazione. In questo contesto, Hong Kong emerge come uno dei principali poli di concentrazione dei flussi finanziari internazionali, beneficiando della rapida crescita della ricchezza in Asia e dell’espansione dei mercati dei capitali regionali.
Gli esperti di BCG sottolineano che la città stia assumendo un ruolo sempre più strategico all’interno della rete globale del wealth management. La combinazione tra connessione con la Cina, infrastrutture finanziarie avanzate e integrazione con i mercati internazionali ha consentito a Hong Kong di rafforzare la propria posizione come piattaforma di riferimento per la gestione patrimoniale internazionale.
Le prospettive restano positive anche per i prossimi anni. Le stime contenute nel rapporto indicano una crescita media annua di circa il 9% della ricchezza transfrontaliera gestita a Hong Kong fino al 2030. Una dinamica che dovrebbe essere sostenuta dal continuo aumento della ricchezza privata in Asia e dalla crescente domanda di servizi finanziari specializzati.
Il traguardo raggiunto rappresenta quindi molto più di un semplice risultato statistico, simboleggia bensí una trasformazione più ampia che vede Hong Kong consolidare il proprio ruolo come uno dei principali centri finanziari del mondo e come punto di riferimento per la gestione dei patrimoni internazionali in un contesto economico sempre più orientato verso l’Asia.
“Hong Kong beats Switzerland in global wealth management, study shows”
“Hong Kong overtakes Switzerland as hub for global offshore wealth”
“Hong Kong surpass Switzerland as the World’s Largest Cross-Border Wealth Hub, Driven by Mainland China Inflows”
https://www.bcg.com/press/27may2026-hong-kong-surpasses-switzerland-largest-cross-border-wealth-hub
“Hong Kong overtakes Switzerland as world's top cross-border wealth hub on China ties, report shows”
‘Hong Kong overtakes Switzerland as hub for global offshore wealth”
https://www.ft.com/content/c030138f-275e-4950-be5e-62abe240057c?syn-25a6b1a6=1
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Hong Kong and Macao)
Il mercato australiano si conferma una destinazione rilevante per l’export agroalimentare italiano, caratterizzata da un elevato potere d’acquisto e da una domanda consolidata per prodotti di qualità, riconoscibili per origine e tradizione. In questo contesto, l’Italia è il primo esportatore europeo di prodotti agroalimentari verso l’Australia e il quinto partner commerciale a livello globale nel settore. Nel 2024, le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto 852,2 milioni di euro, con una crescita del 16,3% rispetto all’anno precedente.
Il mercato si distingue inoltre per una forte apertura ai segmenti premium, alla ristorazione e al retail specializzato, sostenuta dalla diffusione della cucina italiana, dalla presenza di una comunità di origine italiana e da una crescente attenzione dei consumatori verso qualità, tracciabilità e origine dei prodotti.
In questo scenario si inserisce la partecipazione italiana a Fine Food Australia 2026, in programma a Melbourne dal 31 agosto al 3 settembre presso il Melbourne Convention & Exhibition Centre, una delle principali piattaforme B2B del settore foodservice, hospitality e retail del mercato australiano.
All’interno della manifestazione, Agenzia ICE organizzerà un Padiglione nazionale italiano con la partecipazione di 33 aziende. La collettiva si colloca in una strategia di promozione del Made in Italy agroalimentare in un mercato maturo e competitivo, nel quale la presenza qualificata delle imprese assume un ruolo centrale per il consolidamento e lo sviluppo delle relazioni commerciali.
Il Padiglione Italia rappresenterà un punto di incontro con buyer, importatori, distributori, operatori Ho.Re.Ca., retailer specializzati e professionisti della filiera alimentare, offrendo alle imprese partecipanti l’opportunità di rafforzare relazioni commerciali già avviate e di intercettare nuovi canali di accesso al mercato.
Le principali categorie coinvolte includono pasta, prodotti da forno, conserve, pomodori e ortaggi trasformati, vino, formaggi, olio extravergine di oliva, ingredienti premium e specialità regionali. In questi comparti, il Made in Italy beneficia di un posizionamento consolidato, che richiede tuttavia strategie mirate per competere in un contesto distante e altamente regolato, orientato alla qualità del servizio e della distribuzione.
In questo quadro la CCIE di Melbourne svolgerà un ruolo di supporto operativo e di raccordo con il mercato locale, favorendo il collegamento tra imprese italiane, operatori australiani e sistema camerale, nell’ambito delle attività di accompagnamento ai processi di internazionalizzazione.
La presenza del Padiglione Italia a Fine Food Australia 2026 si inserisce quindi in un contesto di rafforzamento delle relazioni commerciali tra Italia e Australia, contribuendo al consolidamento del posizionamento del Made in Italy agroalimentare e all’apertura di nuove opportunità di sviluppo in un mercato ad alto potenziale.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia - Victoria and Tasmania)
L’Accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia è un’intesa commerciale pensata per rendere più semplici e favorevoli gli scambi tra le due economie. L’obiettivo è ridurre dazi e ostacoli regolatori, facilitare la circolazione di beni e servizi, rafforzare la tutela delle produzioni europee e creare un quadro più prevedibile per imprese, investitori e operatori economici.
I negoziati per l’accordo si sono conclusi il 24 marzo 2026, aprendo una nuova fase nelle relazioni commerciali tra UE e Australia. L’intesa non è ancora entrata in vigore: il testo pubblicato resta provvisorio e dovrà completare le procedure di revisione legale, firma e approvazione previste dalle parti. Tuttavia, i contenuti già resi noti permettono di individuare i principali cambiamenti attesi e le opportunità per le imprese europee, comprese quelle italiane.
Il punto centrale dell’accordo riguarda l’eliminazione progressiva delle barriere tariffarie. Secondo la Commissione europea, l’intesa rimuoverà oltre il 99% dei dazi sulle esportazioni dell’Unione europea verso l’Australia. Si tratta di un passaggio rilevante per le imprese che operano in un mercato distante geograficamente, ma stabile, ad alto potere d’acquisto e caratterizzato da una domanda consolidata per prodotti europei di qualità.
Per il sistema produttivo italiano, gli effetti potranno essere significativi soprattutto nei settori in cui il Made in Italy è già presente sul mercato australiano. Macchinari, componentistica, autoveicoli, prodotti chimici, farmaceutica, tessile, abbigliamento, calzature, arredamento, agroalimentare e vino sono tra i comparti che potranno beneficiare di condizioni di accesso più favorevoli. Per le imprese della meccanica, dell’automazione e delle tecnologie industriali, la riduzione dei dazi potrà migliorare la competitività in settori collegati a infrastrutture, edilizia, energia, agribusiness e trasformazione alimentare.
Anche l’agroalimentare rientra tra gli ambiti più interessati dall’intesa. L’accordo prevede l’eliminazione dei dazi australiani su diversi prodotti europei ad alto volume di esportazione, tra cui vino, cioccolato, prodotti da forno, pasta, preparazioni a base di cereali, conserve e altri prodotti trasformati. Per l’Italia, già riconosciuta in Australia per la qualità della propria offerta alimentare, la riduzione delle barriere tariffarie può rafforzare la presenza nei canali della distribuzione, della ristorazione, dell’import specializzato e del segmento premium.
Un altro elemento rilevante riguarda la tutela delle indicazioni geografiche. L’Australia si è impegnata a proteggere 165 indicazioni geografiche europee relative a prodotti agroalimentari e 231 indicazioni relative a bevande spiritose. L’accordo prevede inoltre la modernizzazione dell’intesa bilaterale sul vino, con il rafforzamento della protezione per numerose denominazioni europee. Per le imprese italiane, questo aspetto è particolarmente importante in un mercato dove il richiamo all’italianità è forte e dove una maggiore tutela può contribuire a valorizzare i prodotti autentici.
L’accordo interviene anche su servizi, commercio digitale e catene di approvvigionamento. Le imprese europee potranno beneficiare di un migliore accesso in ambiti come servizi professionali e alle imprese, trasporto marittimo e servizi finanziari. Sono previste inoltre regole sui flussi di dati e il divieto di obblighi generalizzati di localizzazione dei dati. Sul fronte industriale, l’intesa punta anche a migliorare l’accesso europeo a materie prime critiche come litio, alluminio e manganese, essenziali per batterie, veicoli elettrici, tecnologie digitali ed energie rinnovabili.
L’accordo UE–Australia non rappresenta quindi soltanto una riduzione dei dazi, ma una cornice più ampia per rendere più prevedibili e favorevoli gli scambi tra i due mercati. Per le imprese italiane, le opportunità principali riguardano la maggiore competitività dei prodotti esportati, la tutela del Made in Italy autentico, l’accesso a nuovi spazi nei servizi e il rafforzamento delle filiere industriali legate alla transizione energetica.
Fonti: Commissione Europea; Department of Foreign Affairs and Trade, Australian Government.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia - Victoria and Tasmania)
Il governo ha pubblicato un pacchetto di 38 misure per stimolare la crescita economica. Il documento copre aree eterogenee: occupazione, gestione dei rifiuti, energia, partenariati pubblico-privati, incentivi alla ricerca e sviluppo, e modifiche alle regole di ammortamento fiscale. La maggior parte degli interventi è ancora formulata in termini generici, senza un calendario di attuazione preciso.
Tra gli obiettivi indicati figurano anche una maggiore disponibilità di forza lavoro, inclusi lavoratori qualificati provenienti dall’estero, il rafforzamento dello sviluppo regionale e un utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche ed europee. Sul fronte energetico, il governo vuole studiare modalità per ridurre il costo dell'elettricità per le grandi aziende, attraverso una riduzione dei prelievi parafiscali, sussidi più alti o forniture dirette da impianti statali. Si tratta di una risposta alle pressioni dell'industria, che lamenta un gap di competitività rispetto ad altri Paesi europei. Tra le misure più concrete figura l'intenzione di accelerare i progetti in PPP (partenariato pubblico-privato) e di creare fondi statali per gli investimenti regionali. Il governo prevede anche di aumentare i contributi pubblici alla ricerca e allo sviluppo, un settore in cui la Slovacchia sconta un ritardo strutturale rispetto alla media UE.
Per le imprese, la misura più apprezzabile riguarda le sanzioni fiscali: le aziende non rischieranno ammende per una prima infrazione alle norme tributarie. Cambiano anche le regole sull'ammortamento delle attività, anche se i dettagli tecnici non sono ancora stati definiti.
Il concorso internazionale di architettura urbana per la riqualificazione del vecchio porto di Bratislava, il porto fluviale sul Danubio a ridosso del quartiere Mlynské Nivy di Bratislava, ha raccolto 123 proposte progettuali da 33 paesi. I risultati del concorso sono attesi per l'autunno di quest’anno, ma sull'iter pesa un'incognita politica di rilievo: il governo sta valutando di ignorare l'esito della competizione per avviare una joint venture con investitori degli Emirati Arabi Uniti. L'area del porto fluviale è considerata uno degli ultimi grandi spazi di sviluppo nel cuore di Bratislava, con accesso diretto al fiume e adiacente al terminal degli autobus di Mlynské Nivy.
La sua trasformazione in un nuovo quartiere misto, con residenze, uffici e spazi pubblici sul lungo Danubio, è discussa da anni. Il concorso internazionale avrebbe dovuto fornire una visione urbanistica condivisa, validata da un processo aperto e trasparente. L'ipotesi di una joint venture con capitali del Golfo introduce però una variabile diversa. Gli investitori emiratini sono stati protagonisti di grandi operazioni immobiliari in varie capitali europee negli ultimi anni, spesso con progetti di grande scala e con accesso a risorse finanziarie che i player locali difficilmente possono eguagliare. Il modello, quando funziona, accelera i tempi di sviluppo; quando crea attriti, genera tensioni sulla qualità architettonica e sull'integrazione con il tessuto urbano esistente. Che il governo voglia riservarsi la possibilità di scavalcare il concorso ha già suscitato polemiche tra urbanisti e associazioni civiche.
La domanda è se Bratislava voglia affidare la trasformazione di uno dei suoi spazi più strategici a un processo partecipato o a una trattativa condotta lontano dalla consultazione pubblica. La risposta arriverà probabilmente nei prossimi mesi, con o senza i risultati del concorso.
La crescita dei salari in Slovacchia continua anche nel 2026. Nel primo trimestre dell’anno la retribuzione media nominale mensile nell’economia slovacca ha raggiunto i 1.611 euro lordi, registrando un aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. In termini assoluti, i lavoratori hanno guadagnato mediamente 93 euro in più al mese. Considerando l’inflazione, la crescita reale dei salari si è attestata al 2,3%, segnando il decimo trimestre consecutivo di incremento sia nominale che reale. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio di Statistica slovacco, dopo l’adeguamento all’inflazione le retribuzioni reali sono aumentate in 13 dei 19 settori monitorati.
L’incremento più significativo è stato registrato nel settore dell’istruzione, dove i salari reali sono cresciuti del 10,4%. Risultati positivi anche in agricoltura e silvicoltura (+5,4%), mentre nel commercio l’aumento reale si è limitato allo 0,8%. Non tutti i comparti, tuttavia, sono riusciti a compensare l’aumento dei prezzi. Nel settore minerario e dell’estrazione i salari reali sono diminuiti del 3,7%, mentre nel comparto informazione e comunicazione il calo ha raggiunto il 3,4%. Riduzioni reali delle retribuzioni sono state registrate anche nella pubblica amministrazione, nei servizi amministrativi, nel settore immobiliare e nell’energia. Nell’industria, che insieme al commercio impiega oltre un terzo della forza lavoro slovacca, la crescita salariale è rimasta sotto la media nazionale. Nel comparto industriale la retribuzione media lorda ha raggiunto i 1.721 euro, con un aumento reale del 2,2%. Nel commercio la media si è attestata a 1.518 euro, con una crescita reale limitata allo 0,8%.
Le retribuzioni più elevate continuano a essere quelle del settore finanziario e assicurativo, dove gli stipendi medi superano i 3.000 euro mensili. All’estremo opposto restano i servizi di alloggio e ristorazione, unico comparto con salari medi inferiori ai mille euro, pari a 963 euro lordi al mese. Dal punto di vista regionale, solo la regione di Bratislava mantiene una retribuzione superiore alla media nazionale, con 1.984 euro mensili. Negli altri territori gli stipendi medi variano dai 1.306 euro della regione di Prešov ai 1.499 euro della regione di Trenčín. Proprio Prešov ha registrato la crescita più marcata: i salari nominali sono aumentati del 10,8% e quelli reali del 6,8%, pur restando la regione con le retribuzioni più basse del Paese.
La Slovacchia compie un nuovo passo avanti nella preparazione del futuro impianto nucleare destinato a rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Il Ministero dell'Economia della Repubblica Slovacca ha organizzato a Bratislava, il 3 e 4 giugno, un workshop internazionale dedicato alla pianificazione e alla realizzazione di grandi progetti nucleari, coinvolgendo rappresentanti delle istituzioni, dell'industria nucleare statunitense, esperti di finanziamento, regolamentazione, gestione dei progetti e catene di fornitura. I lavori si sono concentrati sugli elementi considerati fondamentali per il successo di un nuovo progetto nucleare: governance, finanziamento, gestione dei rischi, procedure autorizzative nell'Unione europea, coordinamento con gli stakeholder e preparazione delle filiere industriali. Il programma ha visto inoltre un confronto con le esperienze maturate in altri Paesi europei impegnati nello sviluppo di nuovi impianti, tra cui Polonia e Bulgaria.
La vicepremier e ministra dell'Economia slovacca Denisa Saková ha definito il nuovo impianto nucleare uno dei progetti strategici più importanti per i prossimi decenni, sottolineando che l'investimento rappresenta una garanzia per la sicurezza energetica nazionale, la stabilità dei prezzi dell'energia, la competitività dell'industria e la prosperità economica del Paese. Secondo Saková, il governo intende sviluppare il progetto in modo trasparente, collaborando con partner internazionali che possiedono una consolidata esperienza nella realizzazione di grandi infrastrutture nucleari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla sostenibilità economica e finanziaria dell'iniziativa, affinché la sicurezza energetica sia compatibile con la tutela delle finanze pubbliche. L'obiettivo dichiarato del workshop è stata la creazione di un vero e proprio ecosistema progettuale nazionale, capace di coinvolgere sin dalle prime fasi istituzioni pubbliche, investitori, imprese, organismi regolatori e partner tecnologici.
La Slovacchia figura già oggi tra i Paesi europei con la più elevata quota di produzione elettrica da fonte nucleare. Il nuovo impianto viene considerato dal governo uno degli strumenti principali per garantire nel lungo periodo la sicurezza energetica e la competitività dell'economia nazionale in un contesto di crescente domanda di energia e di transizione verso fonti a basse emissioni di carbonio.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)