Giovedì 19 Marzo 2026
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La Repubblica Moldova sta potenziando gli strumenti di sostegno per le imprese con una serie di finanziamenti pubblici non rimborsabili destinati alla modernizzazione industriale, all’efficienza energetica, alla digitalizzazione e alla crescita delle piccole e medie imprese (PMI). Questi fondi, erogati dal governo moldavo in collaborazione con l’Unione Europea e partner internazionali, rappresentano un’opportunità concreta per imprese locali e investitori esteri interessati allo sviluppo industriale nel paese.
Le imprese interessate a ottenere fondi pubblici non rimborsabili devono seguire alcuni passaggi fondamentali. Prima di tutto identificare il programma adatto: ogni grant o aiuto pubblico ha criteri specifici (es. efficienza energetica, digitalizzazione, investimento industriale). Preparare poi la documentazione richiesta che include tipicamente business plan dettagliato con obiettivi e budget, piano di investimento o progetto, documentazione societaria (registrazione aziendale, bilanci). È necessario infine presentare la domanda all’ente gestore: per la maggior parte dei grant gestiti tramite ODA, le domande vanno presentate direttamente tramite la Organizzazione per lo Sviluppo dell’Imprenditorialità sotto il Ministero dello Sviluppo Economico e Digitalizzazione della Moldova.
Alcuni programmi, in particolare quelli legati a investimenti industriali, richiedono l’invio della candidatura al Ministero dello Sviluppo Economico e Digitalizzazione secondo le procedure ufficiali pubblicate sul sito istituzionale.
Negli ultimi mesi il Governo della Moldova, insieme all’Organizzazione per lo Sviluppo dell’Imprenditorialità (ODA) e con il supporto dell’Unione Europea, ha attivato e ampliato diverse misure di sostegno:
Un decreto governativo del 29 dicembre 2025 ha approvato un programma con contributi fino a 1,5 milioni di lei (circa 77.000 di euro) per PMI che investono in tecnologie di efficienza energetica ed energie rinnovabili, coprendo fino al 50% dei costi ammissibili dell’investimento.
Oltre ai grant diretti, la Moldova ha introdotto un meccanismo statale di aiuti per investimenti industriali nell’ambito del suo Piano Nazionale di Industrializzazione 2024–2028. Questo schema prevede: contributi fino al 75% del totale dell’investimento per piccole imprese (60% per medie e grandi aziende); forma di aiuto combinata: sovvenzione diretta (fino al 25% dell’aiuto totale) ed esenzione fiscale sull’imposta sui redditi (75%) per progetti industriali qualificati. Settori ammissibili: elettronica, chimica e farmaceutica, componenti automotive, tessile, materiali da costruzione e industria alimentare. Valore totale stimato dell’aiuto: circa 2 miliardi di lei (circa 100 milioni di euro).
L’Unione Europea ha stanziato una sovvenzione diretta di 8 milioni di euro per co-finanziare sette programmi statali di supporto all’imprenditorialità tramite ODA, destinati a 300 imprese entro il 2026. I programmi coprono iniziative come: digitalizzazione delle PMI; energie rinnovabili; programmi per giovani imprenditori e donne; turismo rurale. Queste risorse incrementano l’impatto degli strumenti statali esistenti e promuovono l’integrazione delle imprese nel mercato europeo.
Il governo thailandese ha annunciato un’importante iniziativa per rilanciare l’economia attraverso un maggiore coinvolgimento delle imprese straniere, con l’obiettivo di attrarre capitali esteri e rendere il Paese più competitivo a livello regionale. Il Ministero del Commercio thailandese intende proporre al Consiglio dei Ministri la rimozione di 10 settori economici dalla “lista ristretta” prevista dalla Foreign Business Act (FBA).
Attualmente, queste categorie richiedono alle società straniere di ottenere specifiche licenze statali per poter operare in Thailandia. Con la modifica, queste licenze non sarebbero più necessarie per le imprese straniere, consentendo un accesso molto più semplice al mercato. Tra i settori interessati ci sono: Telecomunicazioni, Sviluppo software, Gestione finanziaria, Esplorazione petrolifera, Commercio di derivati agricoli. Queste categorie rappresentano aree dinamiche dell’economia e confermano la volontà della Thailandia di modernizzare il proprio tessuto produttivo attraverso l’ingresso di competenze e capitali esteri.
Un altro elemento chiave della riforma è l’accelerazione dei tempi di approvazione per i permessi alle imprese straniere. Attualmente il processo può richiedere fino a 60 giorni; l’intenzione del governo è ridurre questo periodo a solamente 30 giorni, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia e competere meglio con i Paesi vicini nel Sud-Est asiatico.
La mossa arriva in un contesto in cui la Thailandia sta cercando di sostenere la crescita economica, che negli ultimi anni è stata penalizzata da fattori globali come i dazi commerciali e l’apprezzamento della valuta. Le autorità vogliono incoraggiare investimenti esteri diretti (FDI), specialmente nei settori ad alto valore aggiunto quali tecnologia, servizi digitali e infrastrutture innovative. Se approvata, questa riforma potrebbe: Potenziare la competitività internazionale della Thailandia attirando nuovi investitori; Favorire la creazione di posti di lavoro qualificati; Stimolare la crescita nei settori tecnologici e dei servizi avanzati; Rafforzare il ruolo della Thailandia come hub regionale per imprese globali.
Negli ultimi anni, il Paese ha già mostrato segni di forte attrattività per gli investimenti stranieri nei settori digitali e produttivi, con record di capitali attratti e un crescente interesse da parte di aziende estere, soprattutto nel settore tecnologico e manifatturiero.
Nel dibattito europeo sul futuro del lavoro, pochi concetti stanno avendo un impatto così rilevante come quello di flexicurity. Nato e sviluppato in Danimarca, questo modello di organizzazione del mercato del lavoro combina due elementi che spesso vengono percepiti come contrapposti: un’elevata flessibilità per le imprese e un forte livello di sicurezza economica e sociale per i lavoratori. Il risultato è un sistema capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti economici, senza sacrificare la tutela dei cittadini.
Il sistema occupazionale danese si fonda su quello che viene comunemente definito il “triangolo d’oro” della flexicurity. I suoi tre lati sono un mercato del lavoro flessibile, un solido sistema di sicurezza del reddito e una politica attiva del lavoro particolarmente sviluppata. L’interazione tra questi tre elementi consente una notevole mobilità professionale, riducendo al contempo i rischi sociali legati alla disoccupazione.
Dal punto di vista della flessibilità, la Danimarca presenta un livello relativamente basso di protezione legislativa dell’occupazione (Employment Protection Legislation, EPL). Le imprese possono assumere e licenziare con facilità, adattando rapidamente la forza lavoro alle esigenze del mercato. Pur esistendo accordi collettivi e tutele giuridiche di base, il contenzioso legato ai licenziamenti è poco frequente e i costi di uscita sono contenuti. Questa flessibilità si traduce in un’elevata mobilità: i flussi in entrata e in uscita dall’occupazione sono consistenti e il passaggio da un lavoro all’altro è un fenomeno ordinario. Ogni anno, circa il 25% dei lavoratori del settore privato cambia impiego.
A bilanciare questa libertà per le imprese interviene un sistema di sicurezza del reddito tra i più generosi in Europa. I lavoratori che aderiscono a una A-kasse, ovvero un fondo assicurativo contro la disoccupazione, hanno diritto a percepire l’indennità di disoccupazione (dagpenge) fino a due anni in caso di perdita del lavoro. Per i redditi più bassi, il tasso di compensazione può arrivare fino al 90% del salario precedente. Chi non è iscritto a un fondo assicurativo può comunque accedere a un sussidio assistenziale (kontanthjælp), erogato su base reddituale e destinato a chi perde il proprio sostentamento a causa di disoccupazione, malattia o eventi familiari, purché non rientri in altri schemi di welfare.
Il terzo pilastro della flexicurity danese è rappresentato dalle politiche attive del lavoro. L’obiettivo è garantire un mercato del lavoro efficiente, sostenendo sia i disoccupati sia gli occupati che desiderano riqualificarsi. La Danimarca investe risorse significative in programmi di formazione, riqualificazione professionale, orientamento e servizi di accompagnamento al lavoro. Nel 2019, la spesa complessiva per le misure attive del lavoro – comprendente attivazione, schemi occupazionali, costi di gestione dei job centre municipali e fondi speciali – ha raggiunto i 12,7 miliardi di corone danesi, a prezzi e salari del 2021. Questo impegno finanziario riflette la convinzione che la disoccupazione debba essere una fase di transizione breve e assistita, non una condizione permanente.
Un elemento centrale del modello danese è la lunga tradizione di cooperazione tra parti sociali. La flexicurity non è il risultato di una riforma improvvisa, ma di oltre un secolo di dialogo tra associazioni datoriali e sindacati. Salari e condizioni di lavoro sono definiti principalmente attraverso la contrattazione collettiva, con un intervento limitato dello Stato. Non esiste, ad esempio, un salario minimo legale: i livelli retributivi, generalmente elevati, sono stabiliti nei contratti negoziati tra le parti. Circa il 67% dei lavoratori danesi è iscritto a un sindacato, un dato che favorisce la stabilità delle relazioni industriali e rende gli scioperi relativamente rari.
Questa combinazione di flessibilità e protezione ha reso i lavoratori danesi più aperti alla globalizzazione. La percezione diffusa è che, se un posto di lavoro scompare, se ne creerà un altro in tempi ragionevoli, grazie a un mercato dinamico e a un solido sistema di supporto. Allo stesso tempo, la facilità di assunzione e licenziamento incentiva le imprese a dare opportunità anche a persone che, in contesti più rigidi, rischierebbero di restare escluse dal mercato del lavoro.
Il successo del modello non è passato inosservato a livello europeo. La Commissione europea ha integrato il concetto di flexicurity nelle proprie strategie per l’occupazione, indicandolo come una possibile risposta alle sfide poste dalla trasformazione economica e tecnologica. Diversi Paesi, tra cui la Francia, guardano alla Danimarca come a un punto di riferimento. Non a caso, il presidente Emmanuel Macron ha definito l’approccio danese una fonte di ispirazione per le riforme del mercato del lavoro.
In un contesto segnato da incertezza economica e cambiamenti rapidi, il mercato del lavoro danese dimostra come flessibilità e sicurezza non siano necessariamente alternative, ma possano rafforzarsi a vicenda. La flexicurity resta così uno dei modelli più studiati e ammirati in Europa, capace di coniugare competitività economica e coesione sociale.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
In un mondo in cui la sicurezza riguarda tanto lo spazio quanto la Terra, il Lussemburgo sta consolidando un importante asset strategico. Decidendo di lanciare GovSat-2, il suo secondo satellite dedicato alle comunicazioni governative e militari, basato su una piattaforma industriale collaudata, lo Spacebus 4000 di Thales Alenia Space (che ha una filiale molto attiva in Lussemburgo), progettato per missioni critiche a lungo termine, il Granducato sta rafforzando le sue capacità di difesa, affermando il suo impegno internazionale e strutturando un ecosistema industriale ad alto valore aggiunto.
Questo progetto rappresenta chiaramente una componente significativa dell'intensificazione degli sforzi di difesa del Lussemburgo. Il Paese ha assunto forti impegni nei confronti della NATO in questo ambito, che lo porteranno ad aumentare la spesa per la difesa al 2% del suo reddito nazionale lordo (RNL) entro il 2026. Al vertice dell'Aja, si è addirittura impegnato a raggiungere il 5% del RNL (incluso il 3,5% per le spese strettamente militari) entro il 2035.
Il Lussemburgo era già un attore riconosciuto in questo campo grazie al suo satellite per comunicazioni GovSat-1, lanciato nel 2018, che ha fornito al Paese una capacità sovrana in un'area diventata critica per la sicurezza nazionale e collettiva. Il 21 gennaio 2026, la Camera dei Deputati ha approvato il lancio del programma GovSat-2. Adottata a larga maggioranza, la legge autorizza lo Stato a finanziare l'acquisizione, il lancio e l'esercizio di un nuovo satellite, nonché le relative capacità necessarie per la sua piena operatività.
Questa decisione giunge in un contesto geopolitico caratterizzato da un forte deterioramento della sicurezza e da una crescente domanda di comunicazioni satellitari militari. Le capacità esistenti stanno gradualmente raggiungendo i loro limiti, sia in termini di volume che di flessibilità, mentre le esigenze delle forze armate e delle organizzazioni internazionali si stanno intensificando, come si può osservare quotidianamente in Ucraina.
Uno dei principali punti di forza di GovSat-2 risiede nel suo livello di resilienza. Il satellite è progettato per resistere a tentativi di jamming, interferenze intenzionali e ambienti elettromagnetici deliberatamente degradati. Integrerà funzionalità avanzate di protezione delle comunicazioni e capacità di geolocalizzazione, soddisfacendo gli attuali requisiti operativi delle forze armate.
GovSat-2 è stato progettato per garantire una transizione senza soluzione di continuità con il suo predecessore. Questa continuità è essenziale per garantire la disponibilità continua di collegamenti critici, senza interruzioni del servizio, in un contesto in cui la dipendenza da comunicazioni sicure è in costante aumento. È quindi logico che il Governo abbia deciso di affidare il programma a LuxGovSat, seguendo un modello di partenariato pubblico-privato. A questo programma è stato stanziato un budget di 301 milioni di euro. Nello specifico, 101 milioni di euro saranno destinati a un aumento di capitale di LuxGovSat, che finanzierà l'investimento. Ulteriori 200 milioni di euro saranno destinati all'acquisto di capacità satellitare nell'arco di dodici anni. Inoltre, la legge autorizza il Governo a stipulare partnership strategiche con i Paesi alleati per un totale di 500 milioni di euro. Tale somma non sarà a carico del bilancio dello Stato, ma servirà semplicemente a facilitare il trasferimento di fondi tra i Paesi partner e l'operatore satellitare.
GovSat-2 lancia un messaggio chiaro: anche un piccolo Stato può svolgere un ruolo centrale in aree strategiche, a condizione che adotti scelte mirate e coerenti. Con il lancio di questo satellite, il Lussemburgo rafforza la propria credibilità all'interno dell'Alleanza Atlantica, consolidando al contempo una posizione industriale e tecnologica destinata a svolgere un ruolo significativo nel suo sviluppo economico a lungo termine.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)
Il PERTE (Progetto Strategico per la Recuperazione e la Trasformazione Economica) per l’Industrializzazione dell’Abitazione rappresenta una delle iniziative più ambiziose dell’esecutivo spagnolo per modernizzare il settore dell’edilizia e affrontare la grave carenza di alloggi a prezzi accessibili. Annunciato ufficialmente nel 2025, questo progetto prevede un investimento pubblico di 1.300 milioni di euro distribuiti su 10 anni, con l’obiettivo di favorire la diffusione di tecniche costruttive industrializzate e attrarre investimenti privati nel settore.
Obiettivi e contenuti principali del PERTE
Il PERTE si propone tre linee strategiche fondamentali:
Un elemento chiave del piano è la coesione tra pubblico e privato: parte dei fondi sarà destinata alla capitalizzazione di imprese che offrono o richiedono soluzioni industrializzate, mentre organismi pubblici integreranno criteri di industrializzazione nei bandi di gara per gli appalti.
Il contesto economico del settore edilizio in Spagna
Il settore della costruzione è un pilastro dell’economia spagnola. Secondo i dati più recenti:
Tuttavia, il settore richiede un cambio importante nelle modalità di costruzione e nell'efficientamento energetico degli edifici. In questo senso, le abitazioni industrializzate rappresentano solo l'1% del mercato, una quota significativamente bassa rispetto paesi come Olanda, Germania e Regno Unito.
Questi dati dimostrano come il settore non solo sia significativo per l’economia spagnola, ma abbia anche margini di crescita attraverso innovazione, digitalizzazione e sostenibilità — aspetti prioritari del PERTE.
Novità e opportunità per le imprese italiane
Il PERTE per l’industrializzazione dell’abitazione apre importanti prospettive per le aziende italiane specializzate in:
La buona performance di molte imprese italiane in questi ambiti — già protagoniste in progetti di costruzione industrializzata nel Nord Europa e nei mercati esteri — può tradursi in un ruolo di leadership anche in Spagna, specialmente considerando la spinta governativa verso modelli costruttivi più efficienti e sostenibili.
Conclusione: una nuova frontiera per l’edilizia europea
Il PERTE per l’industrializzazione della casa non è solo un piano di investimento: è un cambiamento di paradigma per il settore edilizio spagnolo, che mira a combinare sostenibilità, innovazione e competitività. Per le imprese italiane, questo programma rappresenta un’opportunità concreta di esportare competenze, tecnologie e modelli di business avanzati.
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)
La Spagna ha chiuso il 2025 con 22.463.300 occupati, un nuovo record storico per il mercato del lavoro dopo aver aggiunto 76.200 nuovi affiliati alla previdenza sociale nell'ultimo trimestre.
In totale, negli ultimi 12 mesi sono stati creati 605.400 posti di lavoro (+2,8%), quasi il 92% nel settore privato, secondo i dati dell'Indagine sulla popolazione attiva (EPA) pubblicati aq fine gennaio dall'Instituto Nacional de Estadística (INE). L'aumento dell'occupazione ha contribuito a ridurre il tasso di disoccupazione dello 0,68% rispetto al 2024, portandolo al 9,93% e superando pertanto la soglia del 10% per la prima volta dal primo trimestre del 2008. In totale, alla fine di dicembre si contavano 2.477.100 disoccupati, il livello più basso dal secondo trimestre del 2008, raggiunto dopo una riduzione della disoccupazione di 118.400 persone nell'anno (-4,5%).
Il numero di occupati è aumentato più di quanto sia diminuito quello dei disoccupati, grazie all'aumento della popolazione attiva di 487.100 persone, fino a raggiungere i 24,94 milioni di persone.
L'indagine dell'INE conferma che l'occupazione registra cinque anni consecutivi di crescita dopo un 2020 in cui gli effetti della pandemia hanno distrutto 622.000 posti di lavoro. Sebbene i 605.400 posti di lavoro creati nel 2025 rimangano al di sotto dei 783.000 del 2023, superano il riferimento più immediato di 468.100 del 2024.
In questo confronto, la disoccupazione mostra effettivamente un rallentamento nel ritmo di riduzione. I dati di chiusura del 2025 registrano il numero totale di disoccupati più basso dal secondo trimestre del 2008 e confermano che anche la disoccupazione è in calo da cinque anni consecutivi, l'ultimo dei quali si è concretizzato dopo una diminuzione del numero di disoccupati di 136.100 unità nel quarto trimestre (-4,56%). Tuttavia, il calo su base annua di 118.400 persone tra gennaio e dicembre è stato inferiore a quello registrato nel 2024 (-265.300 disoccupati) e nel 2023 (-193.400); bisogna risalire al 2022 per trovare un andamento più lento (-79.900).
Il 92% dei posti di lavoro creati è nel settore privato
L'occupazione nel settore privato è aumentata di 555.300 persone nel 2025, raggiungendo quota 18.821.900, contro un aumento di 50.100 posti di lavoro nel settore pubblico. Sebbene la maggior parte dell'occupazione creata nel 2025 sia stata nel settore privato (il 92% del totale), l'occupazione privata è diminuita di 32.500 persone nell'ultimo trimestre dell'anno, mentre l'occupazione pubblica è aumentata di 108.700 unità, raggiungendo i 3.641.400, il livello massimo nella serie dell'EPA.
In totale, il numero di lavoratori dipendenti è aumentato lo scorso anno di 569.900 occupati (+3%), raggiungendo un nuovo massimo di 19.159.100 lavoratori, mentre i lavoratori autonomi sono aumentati di 36.800 (+1,1%), raggiungendo i 3.294.900.
I dati dell'ultima EPA dell'anno rivelano che la maggiore crescita dell'occupazione si è verificata principalmente nel settore dei servizi, con 369.900 occupati in più che hanno portato a un nuovo massimo di 17.091.400 lavoratori. Seguono l'industria (112.200), l'edilizia (79.500) e l'agricoltura (43.800). Anche la disoccupazione è diminuita nell'ultimo anno, in modo più significativo nei servizi (-43.200) e in misura minore nell'agricoltura (-4.700), mentre è aumentata nell'industria (+4.200) e nell'edilizia (+2.600). Nel gruppo dei disoccupati di lunga durata, la disoccupazione è diminuita di 63.200 persone (-6,5%), mentre tra coloro che cercano il loro primo impiego, per lo più giovani, è diminuita di 14.100 persone (-5,6%).
Per quanto riguarda la qualità dei posti di lavoro creati nel 2025, i dati dell'EPA indicano che i posti di lavoro a tempo pieno sono aumentati di 574.700 (+3%), fino a raggiungere le 16.260.000 persone (anche questo un record), contro i 30.700 nuovi posti di lavoro a tempo parziale (+1%), che portano il tasso di parzialità al 13,75%. In linea con questo dato, i lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono aumentati di quasi 547.500 (+3,5%), mentre quelli con contratti a tempo determinato sono aumentati di 22.400 (+0,8%), portando il tasso di precarietà nel settore privato al 12,4%.
La disoccupazione giovanile scende di quasi due punti
Nel corso del 2025 l'occupazione è aumentata maggiormente tra le donne (306.200 occupate in più) rispetto agli uomini (299.200), portando a un nuovo record di lavoratrici pari a 10,46 milioni.
Tuttavia, il divario rimane importante, con 1,5 milioni di occupati in più tra gli uomini, per un totale di 12 milioni. Dal punto di vista della disoccupazione, nel 2025 la disoccupazione è diminuita maggiormente tra gli uomini (-79.500) che tra le donne (-38.800), il che ha lasciato un totale di 1.323.800 lavoratrici senza lavoro e 1.153.300 disoccupati maschi, con un tasso di disoccupazione femminile dell'11,24% e maschile dell'8,76%.
Per quanto riguarda la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni, nel 2025 è diminuita di 26.500 persone (-6,1% su base annua), portando il totale a 407.900 alla fine dell'anno e fissando il tasso di disoccupazione giovanile al 23%, quasi due punti in meno rispetto al 2024 e il più basso dal primo trimestre del 2008, quando si attestava intorno al 21%. Secondo i dati dell'EPA, dei 2,47 milioni di disoccupati registrati in Spagna alla fine dello scorso anno, il 16,4% ha meno di 25 anni.
Il 36,9% dei disoccupati è di lunga durata (più di un anno di disoccupazione) dopo essere sceso di 63.200 persone nel 2025, il 6,5% in meno rispetto al 2024, attestandosi a 914.000 persone. Tuttavia, nell'ultimo trimestre del 2025, i disoccupati di lunga durata sono aumentati di 9.500 persone (+1%).
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)
L'indice della Borsa di Praga ha raggiunto mercoledì il suo nuovo record. Lo indicano i dati della Borsa.
L'indice ha per la prima volta superato la quota di 2800 punti salendo a 2804 punti. A trainare il rialzo sono stati soprattutto i titoli della società energetica ČEZ e del settore bancario. Anche il livello degli scambi è stato buono con un volume di 770 milioni di corone. Quasi la metà degli affari ha riguardato la società ČEZ.
La crescita dell'economia ceca sfiorerà quest'anno il tre percento. Lo indica la Banca Centrale Ceca.
La banca centrale prevede per quest'anno un aumento del Pil del 2,9%. Un aumento prossimo al tre percento viene previsto dalla Banca Centrale Ceca anche per il 2027. Il cambio della corona dovrebbe rimanere stabile a una media di 24,4 corone per euro nel 2026 e 24,5 corone per euro nel 2027.
I premier Giorgia Meloni e Andrej Babiš hanno accordato di preparare un piano d'azione per la cooperazione tra l'Italia e la Repubblica Ceca. Meloni ha ricevuto il premier ceco a Palazzo Chigi mercoledì 4 febbraio.
“Ci siamo accordati che prepareremo un piano d'azione per la cooperazione tra la Repubblica Ceca e l'Italia per il periodo 2026 – 2030” ha detto Babiš dopo l'incontro a Palazzo Chigi. L'obiettivo del nuovo piano sarà secondo il Governo italiano quello di “ottenere risultati concreti nei settori di reciproco interesse come l’energia, le infrastrutture e l’industria della difesa”.
Il commercio tra l'Italia e la Repubblica Ceca ha superato nel 2025 i 18 miliardi di euro. Lo indicano i dati dell'Ufficio di Statistica Ceco.
Il volume degli scambi è cresciuto in un anno di circa il tre percento a 18,3 miliardi di euro con un aumento simile per le esportazioni italiane in Repubblica Ceca e quelle ceche in Italia. La Repubblica Ceca ha acquistato dall'Italia beni per 8,7 miliardi di euro, mentre le esportazioni ceche in Italia hanno raggiunto il valore di 9,6 miliardi di euro.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
Accolto con grande soddisfazione l’annuncio relativo alla modifica dell’iperammortamento, che prevede la rimozione della clausola che limitava il beneficio fiscale ai beni “Made in UE”.
La decisione rappresenta un passo importante che dà maggiore certezza normativa alle imprese italiane; la cancellazione del vincolo territoriale, infatti, elimina un ostacolo che, fino ad oggi, avrebbe potenzialmente penalizzato le filiere produttive e gli approvvigionamenti internazionali extra UE. Le imprese che si riforniscono di macchinari, componentistica o servizi tecnologici da paesi non nell'Unione europea, potranno ora valutare investimenti con maggiore tranquillità la pianificazione sapendo che l’agevolazione fiscale potrà essere riconosciuta anche per forniture provenienti, ad esempio, dalla Svizzera.
Opportunità concrete per le imprese italiane
Raccomandazioni pratiche per gli imprenditori
Bisognerà ora attendere il testo definitivo: risulta indispensabile monitorare l’iter legislativo e le circolari attuative per conoscere i dettagli operativi e le tempistiche. Potrebbero anche essere da rivedere le strategie di procurement per valutare fornitori svizzeri quando strategicamente vantaggiosi, anche in ottica di riduzione dei costi logistici e di qualità tecnologica. Non ultimo sarà indispensabile ora consultare esperti fiscali e doganali come l'ufficio Servizi alle Imprese interno alla CCIS: un vero e proprio tesoro informativo composto da esperti che sanno come applicare correttamnete l’iperammortamento e predisporre la documentazione richiesta.
Un segnale positivo per la collaborazione transfrontaliera
La CCIS interpreta questa modifica come un segnale di apertura che rafforza le già solide relazioni economiche tra Italia e Svizzera. Per le imprese italiane del manifatturiero e dell’industria tecnologica, la Svizzera conferma il suo ruolo di mercato strategico: vicino geograficamente, ricco di competenze e con canali di approvvigionamento che possono integrare e potenziare le filiere italiane.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Nel 2025, i rapporti commerciali tra Italia e Tunisia confermano una dinamica positiva e strutturata, riflettendo la solidità del partenariato economico tra i due Paesi. L’Italia si conferma secondo partner commerciale della Tunisia, dopo la Francia, con un volume complessivo degli scambi pari a 20.508,4 milioni di dinari tunisini (circa 6,1 miliardi di euro).
Un elemento particolarmente significativo riguarda la bilancia commerciale, che nel 2025 registra un saldo positivo per la Tunisia pari a +608,5 milioni di dinari (circa 180,5 milioni di euro). Il tasso di copertura delle importazioni tramite le esportazioni si avvicina al 106%, segnando un passaggio strutturale verso una relazione commerciale più equilibrata e favorevole all’economia tunisina.
L’Italia, partner chiave della Tunisia nell’Unione europea
L’Italia rimane un partner strategico di primo piano per la Tunisia all’interno dell’Unione europea. Nel 2025, essa rappresenta circa il 23% delle esportazioni tunisine verso l’UE e quasi il 27% delle importazioni tunisine provenienti dall’Unione, confermandosi come uno degli interlocutori economici più rilevanti del Paese.
Tra il 2023 e il 2025, gli scambi bilaterali hanno mostrato un’evoluzione favorevole, accompagnata da un miglioramento progressivo della bilancia commerciale tunisina, che diventa strutturalmente eccedentaria nel 2025. Questa dinamica riflette la crescita delle esportazioni tunisine, sostenuta in particolare da:
In linea con la struttura generale dell’export tunisino — di cui circa il 72% è realizzato dalle industrie offshore — l’Italia mantiene una posizione centrale come partner commerciale, grazie alla densità degli IDE italiani, in particolare nel comparto industriale.
Il rafforzamento delle esportazioni tunisine verso l’Italia è strettamente connesso all’attrattività del Paese per gli investimenti esteri. In questo contesto, una strategia efficace di promozione dell’export non può prescindere da una politica attiva di attrazione degli IDE, che alimentano la capacità produttiva, l’integrazione nelle catene del valore e la competitività delle imprese locali.
Le esportazioni tunisine verso l’Italia si concentrano prevalentemente nei seguenti comparti:
Le importazioni dalla Penisola confermano invece il ruolo dell’Italia come fornitore strategico di input produttivi, essenziali per il tessuto industriale tunisino:
Queste importazioni costituiscono la base della modernizzazione industriale tunisina e rappresentano un supporto indispensabile per filiere chiave quali tessile-abbigliamento, pelle-calzature, cablaggio elettrico e meccanica.
Nel complesso, i dati del 2025 evidenziano una relazione economica matura, interdipendente e orientata alla crescita, in cui commercio e investimenti si rafforzano reciprocamente. Il partenariato italo-tunisino si conferma così come uno dei pilastri della cooperazione economica euromediterranea, con importanti margini di sviluppo nei settori industriali, energetici e ad alto valore aggiunto.
Fonti: Dati Istituto Nazionale tunisino delle statistiche www.ins.tn
(Contributo editoriale a cura della Camera Tuniso-Italiana di Commercio e Industria)
La Linea di credito da 55 milioni di euro, attiva da novembre 2024 e finanziata dalla Cooperazione italiana, rappresenta una opportunità concreta e immediatamente operativa per le PMI tunisine interessate a investire in tecnologie, macchinari e beni strumentali di origine italiana.
Questo strumento si inserisce nel quadro del partenariato economico strutturato tra Italia e Tunisia, che da oltre trent’anni sostiene la modernizzazione del tessuto produttivo tunisino attraverso soluzioni finanziarie mirate e ad alto impatto.
La Linea di credito consente alle imprese tunisine di accedere a finanziamenti agevolati dedicati all’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature Made in Italy, riconosciuti a livello internazionale per qualità, affidabilità e contenuto tecnologico. L’obiettivo è accompagnare le imprese in un percorso di upgrade produttivo, miglioramento della competitività e integrazione nelle catene del valore euro-mediterranee.
Attraverso questo meccanismo, le PMI possono:
La Linea di credito da 55 M€ crea un circolo virtuoso tra domanda e offerta industriale: da un lato, le imprese tunisine accedono a tecnologie avanzate con condizioni finanziarie favorevoli; dall’altro, i fornitori italiani beneficiano di un canale strutturato e sicuro di accesso al mercato tunisino, sostenuto dalla Cooperazione italiana.
L’efficacia di questo strumento è già stata ampiamente dimostrata. La precedente edizione della Linea di credito (73 M€) ha contribuito in modo significativo alla crescita delle importazioni strutturali di beni strumentali dall’Italia, portando, nel biennio 2021–2022, l’Italia a posizionarsi come primo partner commerciale e primo fornitore della Tunisia.
La nuova Linea di credito da 55 milioni di euro si conferma quindi come una leva strategica per l’industrializzazione, l’innovazione e la competitività, rafforzando al contempo il ruolo del Made in Italy come riferimento tecnologico per lo sviluppo delle imprese tunisine.
(Contributo editoriale a cura della Camera Tuniso-Italiana di Commercio e Industria)