Notizie mercati esteri

Giovedì 17 Settembre 2026

La trasformazione della difesa polacca apre nuovi spazi per le imprese italiane

La Polonia è oggi uno dei Paesi europei che investono di più nella difesa, sia in termini assoluti sia in rapporto al PIL. Secondo i dati NATO e le analisi più recenti, Varsavia prevede una spesa core per la difesa pari a circa 53 miliardi di euro nel 2026, corrispondente a circa il 4,7% del PIL. Il dato colloca la Polonia tra i principali investitori europei nel settore, in un contesto in cui la sicurezza del fianco orientale della NATO, la guerra in Ucraina, la necessità di ricostituire stock militari e la crescente attenzione verso capacità produttive europee stanno ridefinendo le priorità industriali del continente.

Il mercato polacco non è tuttavia rilevante solo per il volume della spesa. Negli ultimi anni la strategia di Varsavia sta cambiando: accanto all’acquisto di grandi sistemi d’arma dall’estero, cresce l’attenzione verso produzione locale, trasferimento tecnologico, rafforzamento delle filiere nazionali e partnership con fornitori europei. Dal 2022 gli acquisti da imprese polacche e dell’Europa centro-orientale sono aumentati in modo significativo, con una forte accelerazione nei comparti considerati essenziali per la resilienza industriale: munizionamento, droni, sistemi anti-drone, difesa aerea, elettronica, comunicazioni, veicoli, manutenzione, componentistica e supporto logistico.

L’industria nazionale della difesa e dell’aerospazio sta assumendo una centralità crescente nel quadro europeo. Grandi gruppi come Leonardo, Fincantieri, Iveco Defence Vehicles, Elettronica, MBDA Italia, Avio Aero e numerose PMI altamente specializzate rappresentano una filiera articolata, capace di coprire segmenti ad alto valore aggiunto: elicotteri, aerostrutture, elettronica, sensoristica, radar, avionica, sistemi navali, veicoli speciali, comunicazioni sicure, cybersecurity, spazio, simulazione, formazione, componentistica meccanica di precisione e tecnologie dual-use.

In Polonia esiste già una base significativa di collaborazione industriale con l’Italia. Un esempio particolarmente rilevante è rappresentato da PZL-Świdnik, società del gruppo Leonardo, attiva nel comparto elicotteristico e parte integrante dell’ecosistema industriale polacco. Questa presenza costituisce un punto di riferimento concreto per comprendere come il rapporto tra Italia e Polonia nel settore difesa non sia limitato all’esportazione, ma possa includere produzione locale, competenze industriali, manutenzione, sviluppo tecnologico e integrazione nelle supply chain europee.

Il quadro europeo rende questo momento ancora più rilevante. La crescente attenzione dell’Unione Europea verso strumenti comuni di finanziamento della difesa, procurement congiunto, rafforzamento della base industriale europea e maggiore autonomia strategica crea nuove opportunità per imprese in grado di operare su scala transnazionale. La Polonia, per dimensione della spesa e urgenza dei programmi di modernizzazione, è uno dei mercati in cui questi strumenti possono avere l’impatto più significativo.

Per le imprese italiane, il punto centrale è che il mercato polacco della difesa richiede oggi un approccio diverso rispetto al passato. Non è più sufficiente presentarsi come semplici fornitori esteri. La direzione del mercato va verso partnership industriali, presenza locale, collaborazione con aziende polacche, trasferimento di competenze, capacità di manutenzione e supporto sul territorio, adattamento dell’offerta alle esigenze operative delle forze armate polacche e integrazione in programmi europei più ampi.

Le opportunità più concrete per le imprese italiane riguardano diversi livelli della filiera. I grandi gruppi possono competere su sistemi complessi, piattaforme, integrazione tecnologica, programmi aerospaziali, navali, terrestri e cyber. Le PMI possono invece inserirsi come fornitori specializzati in componenti, sottosistemi, lavorazioni meccaniche, elettronica, sensoristica, materiali, software, simulazione, manutenzione, testing, certificazione, sicurezza delle comunicazioni, sistemi anti-drone e soluzioni per l’impiego dual-use.

Un ulteriore spazio di interesse riguarda le tecnologie trasversali. L’evoluzione dei conflitti recenti ha aumentato la domanda di sistemi flessibili, rapidamente scalabili e relativamente meno costosi rispetto alle grandi piattaforme tradizionali. Droni, contromisure anti-drone, sistemi di sorveglianza, sensori, intelligenza artificiale applicata, cyber defence, comunicazioni resilienti, logistica intelligente, manutenzione predittiva e protezione delle infrastrutture critiche stanno diventando aree di investimento prioritarie. In molti di questi ambiti, le aziende italiane possono offrire competenze tecnologiche avanzate e soluzioni adattabili alle esigenze del mercato polacco.

La Polonia è oggi uno dei mercati più interessanti in Europa per difesa, sicurezza, aerospazio e dual-use, ma anche uno dei più competitivi. Le imprese italiane che intendono cogliere le opportunità aperte dalla modernizzazione militare polacca dovranno muoversi con una strategia di medio periodo, valorizzando qualità tecnologica, affidabilità, interoperabilità NATO, capacità di personalizzazione e disponibilità a costruire collaborazioni locali. I comparti potenzialmente più coinvolti sono aerospazio, elicotteristica, elettronica per la difesa, radar, comunicazioni, cybersecurity, componentistica meccanica, veicoli speciali, sistemi unmanned, sensoristica, software, materiali avanzati, logistica, manutenzione e formazione tecnica. In prospettiva, il mercato polacco può diventare non solo un’importante destinazione commerciale per l’industria italiana della difesa, ma anche una piattaforma di collaborazione industriale per l’intera Europa centro-orientale, l’area baltica e i futuri programmi collegati alla sicurezza e alla ricostruzione dell’Ucraina.

(Contributo editoriale a cura della  Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

Ganfeng rafforza la presenza nel litio con un nuovo accordo da 180 milioni di dollari

La società cinese Ganfeng Lithium e Lithium Argentina hanno raggiunto un accordo definitivo per consolidare in una nuova joint venture, impresa congiunta, tre progetti di estrazione di litio nella provincia di Salta, nell’ambito dello sviluppo del bacino Pozuelos-Pastos Grandes. Contestualmente, Ganfeng ha annunciato un investimento strategico di 180 milioni di dollari in Lithium Argentina attraverso un prestito obbligazionario convertibile della durata di sei anni.

La nuova joint venture riunirà i progetti Pozuelos-Pastos Grandes, Pastos Grandes e Sal de la Puna in un unico sviluppo integrato. Ganfeng deterrà il 67% della società e Lithium Argentina il restante 33%, con l’obiettivo di sviluppare progressivamente una capacità produttiva complessiva di circa 150.000 tonnellate annue di carbonato di litio equivalente attraverso tre fasi. Il progetto prevede inoltre l’utilizzo di infrastrutture condivise e un processo comune di sviluppo e finanziamento.

L’operazione conferma il crescente interesse internazionale per le risorse minerarie argentine e, in particolare, per litio, considerato una materia prima strategica per la produzione di batterie e per la transizione energetica. Secondo le società coinvolte, gli investimenti storicamente effettuati da Ganfeng e Lithium Argentina nel settore nel Paese superano complessivamente 1,8 miliardi di dollari.

La provincia di Salta, insieme a Jujuy e Catamarca, si conferma così uno dei principali poli argentini per lo sviluppo della filiera del litio. Il consolidamento dei progetti potrebbe favorire nuovi investimenti in infrastrutture, tecnologie, servizi e logistica, creando opportunità anche per imprese internazionali specializzate nella filiera mineraria, nell’ingegneria, nell’automazione e nelle tecnologie ambientali.

L’avanzamento del progetto rafforza inoltre il ruolo dell’Argentina nel mercato globale dei minerali strategici.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina)

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Giovedì 17 Settembre 2026

La spesa dei turisti stranieri in Spagna cresce del 10,9% a luglio: l'Italia registra l'incremento più alto tra i principali mercati

La spesa totale dei turisti internazionali in Spagna ha raggiunto i 18.218 milioni di euro nel mese di luglio 2026, con un aumento del 10,9% rispetto allo stesso mese del 2025. Lo comunica l'Istituto Nazionale di Statistica (INE) nell'Encuesta de Gasto Turístico (EGATUR), pubblicata il 1° settembre 2026 (dati provvisori).

La spesa media per turista si è attestata a 1.579 euro (+5,9% su base annua), mentre la spesa media giornaliera è cresciuta del 3,7%, raggiungendo i 218 euro.

Nei primi sette mesi del 2026, la spesa cumulata dei turisti internazionali in Spagna ha toccato gli 82.054 milioni di euro, con un incremento del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Il dato dell'Italia

Tra i principali paesi di origine dei turisti, l'Italia si distingue per la dinamica più intensa: la spesa dei turisti italiani in Spagna a luglio ha raggiunto 839 milioni di euro, con una crescita del 24,5% su base annua — il tasso di incremento più elevato tra tutti i mercati emittenti rilevati dall'INE, superando nettamente la media generale (+10,9%). Il dato assoluto posiziona il paese al quarto posto tra i principali paesi di origine in termini di spesa turistica.

La spesa media per turista italiano è stata di 1.170 euro (+6,5% annuo), mentre la spesa media giornaliera si è attestata a 175 euro, sostanzialmente stabile rispetto a luglio 2025 (variazione dello 0,0%). La durata media del soggiorno dei turisti italiani è stata di 6,7 giorni, anch'essa in crescita del 6,5%.

Gli altri principali mercati

Il Regno Unito si conferma il primo mercato per volume di spesa, con il 16,7% del totale (3.038 milioni di euro, +4,8%), seguito da Germania (9,6% del totale, 1.751 milioni di euro, +11,5%) e Francia (9,0% del totale, 1.644 milioni di euro, +12,6%).

Altri dati rilevanti

Per tipologia di spesa, la voce principale a luglio è stata l'alloggio (19,8% del totale, +6,7%), seguita da pacchetto turistico (19,3%, +19,0%) e trasporto internazionale (19,2%, +12,8%). Il 62,5% della spesa totale è stata generata da turisti alloggiati in strutture alberghiere (+7,8%). Per motivo del viaggio, il turismo di piacere ha generato l'89,2% della spesa totale (+8,9%).

Tra le comunità autonome di destinazione, le Isole Baleari restano la prima meta per spesa (22,8% del totale), seguite da Catalogna (20,4%) e Andalusia (14,8%), quest'ultima con la crescita più marcata (+23,4%).

Fonte: Instituto Nacional de Estadística (INE), Encuesta de Gasto Turístico (EGATUR) — Julio 2026, datos provisionales (1 settembre 2026).

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

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Giovedì 17 Settembre 2026

Automotive in Slovacchia: utili in calo ma buone notizie per la fabbrica Volkswagen

Le prime cinquanta aziende del settore automobilistico slovacco hanno chiuso il 2025 con ricavi aggregati in crescita del 2% a 36,8 miliardi di euro, ma con un utile netto calato di un quinto, a 954 milioni. La crescita dei ricavi si deve quasi per intero a Stellantis di Trnava, che ha raddoppiato il proprio fatturato a 4,4 miliardi di euro grazie alla ristrutturazione della gamma produttiva. 

Volkswagen, primo per fatturato con 12 miliardi, segna un calo del 4%. Kia perde il 12% e si ferma a 7,1 miliardi. Mobis cede il 7% a 1,9 miliardi; ZF cresce del 2% a 0,9 miliardi. Complessivamente, solo 24 delle 50 aziende ha aumentato i ricavi, e 26 ha migliorato l'utile. Le difficoltà di Volkswagen e Kia non sorprendono chi segue la crisi dell'automotive europeo: domanda debole per i veicoli elettrici, concorrenza cinese sui mercati globali e costi energetici ancora elevati stanno comprimendo i margini dei grandi costruttori.

Per la Slovacchia, che dipende dal comparto automobilistico per una quota dell'export senza paragoni nell'Unione europea rispetto alle sue dimensioni, il rallentamento dei due maggiori datori di lavoro del settore è un indicatore da seguire da vicino. Il rimbalzo di Stellantis, che vale da solo quasi il 12% dei ricavi aggregati del settore, è però un segnale che la capacità di adattamento esiste. La conversione della fabbrica di Trnava verso nuovi modelli è considerata dagli analisti un caso di successo nella transizione verso piattaforme più flessibili. 

Per quanto concerne il futuro del settore in Slovacchia, la notizia che il consiglio di sorveglianza di Volkswagen ha approvato all'unanimità il "Future Plan 2030", che prevede tagli a 50.000 posti di lavoro a livello globale e la revisione del futuro produttivo di quattro stabilimenti tedeschi, rappresenta per Bratislava una notizia positiva. Il piano interno del gruppo prevede il trasferimento nello stabilimento slovacco della produzione del successore dell'Audi Q4 e-tron, attualmente assemblato a Zwickau. Il modello, identificato nei documenti interni come "Q4e NF", dovrebbe arrivare a Bratislava dal 2031, colmando il vuoto che si aprirà con la fine della produzione del Volkswagen Touareg (2026) e con la progressiva saturazione degli attuali programmi di fabbrica. Lo stabilimento slovacco aveva già segnalato nella relazione annuale 2023 che il portafoglio modelli esistente avrebbe garantito una buona saturazione fino alla fine del decennio, ma che dopo il 2029 la produzione avrebbe cominciato a scendere sotto la capacità installata. Il successore del Q4 e-tron arriverebbe quindi in un momento opportuno. 

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)

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Giovedì 17 Settembre 2026

Santa Fe si consolida come hub internazionale per la ricerca e sviluppo tecnologico

La presenza di imprese tecnologiche internazionali sta rafforzando il ruolo di Santa Fe come polo di ricerca, sviluppo e innovazione con una crescente proiezione internazionale. Un caso significativo è quello della filiale argentina della società tecnologica statunitense PPST, insediata nel Parque Tecnológico Litoral Centro (PTLC), che ha trasformato la propria struttura di Santa Fe nel centro globale del gruppo dedicato alla ricerca e sviluppo di prodotti elettronici ad alta complessità.

Dal 2022 a oggi, PPST ha quasi raddoppiato il proprio organico, passando da circa 11 a quasi 20 professionisti, e ha ampliato gli spazi operativi da 60 a circa 150 m². Il team argentino sviluppa fonti di potenza programmabili impiegate per la verifica e il collaudo di dispositivi elettronici, con prodotti destinati a importanti clienti internazionali, tra cui Boeing, Airbus, Eaton e General Electric. La scelta di Santa Fe risponde soprattutto alla disponibilità di personale altamente qualificato e alla vicinanza con università e istituzioni accademiche.

Il caso PPST evidenzia quindi una caratteristica strategica del territorio: Santa Fe non rappresenta soltanto un mercato di sbocco, ma può diventare una piattaforma per sviluppare tecnologie destinate ai mercati globali. In questa direzione si muove anche il Parque Tecnológico Litoral Centro, che punta ad ampliare la propria internazionalizzazione e ad attrarre imprese straniere interessate a insediare centri di ricerca e sviluppo. Il PTLC prevede inoltre circa 2,5 milioni di dollari di investimenti in nuove infrastrutture rivolte a imprese dei settori tecnologico, elettronico, ICT e biotecnologico.

Per le imprese italiane si apre una prospettiva di collaborazione che va oltre il tradizionale interscambio commerciale e può coinvolgere settori quali elettronica, meccatronica, automazione, software, Industria 4.0, biotecnologie e ingegneria. In questo contesto, Santa Fe può rappresentare un interessante punto di accesso per aziende italiane interessate a sviluppare attività di ricerca e innovazione in Argentina, attraverso partnership con imprese locali, università, centri di ricerca e il PTLC. Questa evoluzione rappresenta un'opportunità per favorire nuovi collegamenti tra il sistema produttivo italiano e l'ecosistema tecnologico santafesino, promuovendo Santa Fe come possibile hub di R&S rivolto ai mercati internazionali.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

Il rafforzamento del colón in Costa Rica: effetti e conseguenze sull’economia e sulle imprese

Negli ultimi quattro anni il Costa Rica ha registrato un significativo rafforzamento della propria valuta, il colón, nei confronti del dollaro statunitense. La variazione del tasso di cambio ha avuto ripercussioni rilevanti sui consumatori, sulle imprese importatrici ed esportatrici, sul settore turistico e sulle decisioni di investimento, modificando in parte gli equilibri di competitività dell’economia costaricana.

Un rafforzamento significativo della valuta

Nel 2022 il tasso di cambio si collocava intorno ai ₡690 per US$1, in un contesto caratterizzato da forti pressioni internazionali sui prezzi dell’energia e delle materie prime e da una generale forza del dollaro sui mercati internazionali.

Successivamente, il colón ha iniziato un processo di apprezzamento particolarmente significativo. Nel 2023 il cambio si è portato nell’area dei ₡530 per US$1, per raggiungere circa ₡510 nel 2024 e stabilizzarsi successivamente intorno ai ₡500 per US$1 nel 2025 e nel 2026.

I valori indicati sono approssimativi e arrotondati e vengono utilizzati per rappresentare la tendenza generale del mercato, non come quotazioni ufficiali riferite a una specifica giornata.

Nel complesso, il passaggio da circa ₡690 a circa ₡500 per dollaro significa che il dollaro ha perso circa il 28% del proprio valore espresso in colones rispetto al 2022. Considerando il rapporto inverso, il colón ha registrato un apprezzamento di circa il 38% nei confronti del dollaro nello stesso periodo.

Si tratta di una variazione significativa per un’economia come quella costaricana, fortemente integrata nei mercati internazionali e nella quale il dollaro svolge un ruolo importante nelle attività commerciali, finanziarie e turistiche.

Gli effetti sugli importatori e sui consumatori

Uno dei principali effetti del rafforzamento del colón riguarda le imprese che importano beni e servizi dall’estero.

Quando il dollaro si indebolisce rispetto alla valuta locale, l’acquisto di un prodotto denominato in dollari richiede un minore esborso in colones. Un importatore che nel 2022 doveva utilizzare circa ₡690 per acquistare US$1 oggi può effettuare la stessa operazione con circa ₡500.

Questo cambiamento può tradursi in una riduzione dei costi di importazione, soprattutto per le aziende che acquistano regolarmente prodotti, materie prime, macchinari o servizi fatturati in dollari.

L’effetto positivo può successivamente trasferirsi, almeno in parte, sui consumatori attraverso prezzi più competitivi. La portata di questo beneficio dipende tuttavia da diversi fattori, tra cui i costi di trasporto, le condizioni internazionali delle materie prime, i margini degli importatori e dei distributori e l’eventuale presenza di contratti stipulati precedentemente a condizioni di cambio differenti.

Il rafforzamento del colón ha quindi contribuito a migliorare il potere d’acquisto della valuta locale nei confronti dei beni importati, rappresentando un elemento favorevole per un Paese che presenta una significativa dipendenza dall’estero per numerose categorie di prodotti.

Le conseguenze per gli esportatori

La situazione è invece più complessa per le imprese costaricane che esportano e incassano i propri ricavi in dollari.

Un esportatore che riceve US$100.000 otteneva nel 2022 un controvalore di circa ₡69 milioni, considerando un cambio indicativo di ₡690 per dollaro. Con un cambio intorno a ₡500, lo stesso importo genera oggi un controvalore di circa ₡50 milioni.

A parità di ricavi in dollari, quindi, l’impresa dispone di una quantità sensibilmente inferiore di colones per sostenere i propri costi locali.

Questo fenomeno può incidere sui margini delle imprese esportatrici, soprattutto nei settori nei quali una parte importante dei costi – salari, affitti, servizi professionali e altri costi operativi – è sostenuta in valuta locale mentre i ricavi sono principalmente denominati in dollari.

L’impatto è tuttavia diverso a seconda del grado di esposizione valutaria dell’impresa. Le aziende che presentano sia ricavi sia costi in dollari sono maggiormente protette dal rischio di cambio, mentre quelle che incassano in dollari ma sostengono la maggior parte dei costi in colones sono maggiormente esposte.

Per questo motivo, la gestione del rischio valutario è diventata un elemento sempre più importante nella pianificazione finanziaria delle imprese costaricane.

Turismo e investimenti esteri

Il settore turistico rappresenta un altro ambito nel quale il rafforzamento del colón produce effetti contrastanti.

Per i turisti provenienti dagli Stati Uniti, che rappresentano una componente fondamentale del mercato turistico costaricano, il rafforzamento del colón può rendere alcune spese locali relativamente più costose se confrontate con il passato. Questo può influenzare il costo percepito di ristoranti, trasporti, servizi e altre attività turistiche.

D'altra parte, la stabilità macroeconomica e valutaria del Costa Rica costituisce un elemento importante per l’attrattività complessiva del Paese e può contribuire alla fiducia degli investitori internazionali.

Anche per gli investimenti esteri diretti il quadro presenta elementi positivi e negativi. Un investitore straniero che sostiene costi in colones può trovarsi di fronte a un aumento dei costi espressi nella propria valuta, mentre un’impresa che importa macchinari o beni di investimento denominati in dollari può beneficiare di condizioni più favorevoli.

L’effetto finale dipende quindi dalla struttura finanziaria dell’investimento, dalla valuta nella quale vengono generati i ricavi e dalla composizione dei costi.

Le opportunità per il Made in Italy

Per le imprese italiane interessate al mercato costaricano, il rafforzamento del colón può rappresentare un’opportunità soprattutto per le esportazioni verso il Costa Rica.

La maggiore capacità di acquisto della valuta locale nei confronti del dollaro può favorire gli operatori costaricani che acquistano prodotti internazionali e, indirettamente, migliorare le condizioni per l’introduzione di prodotti italiani sul mercato.

Le opportunità possono riguardare diversi comparti del Made in Italy, tra cui macchinari e tecnologie, prodotti agroalimentari, vini e bevande, arredamento, design, moda, componentistica e beni di consumo di fascia medio-alta.

Per gli importatori costaricani, inoltre, l’evoluzione del cambio può facilitare la gestione finanziaria degli acquisti internazionali, soprattutto quando le operazioni commerciali sono effettuate in dollari.

Tuttavia, il vantaggio valutario non deve essere considerato automaticamente come una riduzione dei prezzi finali dei prodotti italiani. Nel caso di merci provenienti dall’Italia, infatti, il rapporto euro-colón rimane determinante. Il rafforzamento del colón nei confronti del dollaro non equivale necessariamente a un analogo rafforzamento nei confronti dell’euro.

Per le imprese italiane che operano sul mercato costaricano sarà quindi importante monitorare non soltanto il rapporto colón/dollaro, ma anche l’evoluzione del cambio euro/colón, oltre alle condizioni di finanziamento, ai costi logistici e alla domanda interna.

Un nuovo scenario per le imprese italiane già presenti in Costa Rica

Per le imprese italiane già operative in Costa Rica, il rafforzamento del colón richiede una valutazione attenta della struttura dei costi e dei ricavi.

Un’impresa che realizza ricavi in colones ma deve trasferire utili o sostenere obblighi finanziari in euro può trovarsi in una situazione differente rispetto a un’impresa che realizza ricavi in dollari.

Anche la determinazione dei prezzi deve tenere conto della volatilità valutaria. Contratti di medio e lungo periodo, importazioni, finanziamenti e pagamenti internazionali possono infatti essere influenzati significativamente dalle oscillazioni dei cambi.

In questo contesto, strumenti di copertura del rischio valutario e una maggiore diversificazione delle valute utilizzate nelle operazioni commerciali possono assumere un'importanza crescente.

Il ruolo della politica monetaria

Il rafforzamento del colón è stato determinato da una combinazione di fattori, tra cui l’evoluzione dei flussi di valuta estera, le condizioni finanziarie internazionali, il comportamento degli operatori sul mercato cambiario e la politica monetaria adottata dal Banco Central de Costa Rica (BCCR).

Il contesto macroeconomico del Paese ha inoltre beneficiato negli ultimi anni di una significativa presenza di investimenti esteri, di esportazioni di beni e servizi e di importanti entrate legate al turismo.

Il rafforzamento della valuta, pur contribuendo a ridurre il costo delle importazioni e le pressioni inflazionistiche derivanti dall’estero, presenta quindi anche alcune criticità. Un colón particolarmente forte può infatti ridurre la competitività in termini di prezzo delle imprese esportatrici e aumentare i costi relativi del Costa Rica per alcuni visitatori stranieri.

La sfida per le autorità economiche consiste pertanto nel mantenere condizioni di stabilità macroeconomica evitando che un apprezzamento eccessivo della valuta penalizzi la competitività internazionale del Paese.

Prospettive per il commercio Costa Rica–Italia

Per i rapporti economici tra Costa Rica e Italia, l’attuale scenario valutario rappresenta un elemento da monitorare con attenzione.

Il Costa Rica continua a offrire opportunità interessanti per le imprese italiane grazie alla stabilità istituzionale, alla presenza di un sistema produttivo orientato ai mercati internazionali, agli investimenti esteri e a una domanda crescente di prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.

Il rafforzamento del colón può facilitare alcune categorie di importazioni e migliorare la capacità degli operatori locali di acquistare beni e tecnologie dall’estero. Per le imprese italiane, ciò può creare condizioni favorevoli per sviluppare nuove relazioni commerciali, trovare distributori locali o consolidare la propria presenza sul mercato.

Allo stesso tempo, sarà necessario considerare con attenzione il rischio valutario e la differenza tra il rapporto colón/dollaro e quello euro/colón, evitando di valutare la competitività dei prodotti italiani esclusivamente sulla base dell’andamento del dollaro.

Conclusioni

Il rafforzamento del colón rappresenta una delle trasformazioni economiche più rilevanti registrate dal Costa Rica negli ultimi anni. Il passaggio da un livello indicativo di circa ₡690 per US$1 nel 2022 a circa ₡500 nel 2025-2026 evidenzia un cambiamento significativo delle condizioni valutarie del Paese.

Per i consumatori e gli importatori, il fenomeno ha generalmente prodotto effetti favorevoli, aumentando il potere d’acquisto della valuta locale nei confronti dei beni denominati in dollari. Per gli esportatori, invece, il rafforzamento della valuta rappresenta una sfida, poiché riduce il controvalore in colones dei ricavi ottenuti in dollari.

Per le imprese italiane, il nuovo scenario può offrire opportunità interessanti sul fronte delle esportazioni di prodotti e tecnologie verso il Costa Rica, ma richiede al tempo stesso una gestione attenta del rischio di cambio e una valutazione complessiva del rapporto euro/colón.

In prospettiva, l’evoluzione del tasso di cambio continuerà quindi a essere un indicatore importante per valutare la competitività del Costa Rica, le dinamiche dell’interscambio commerciale e le opportunità di investimento e collaborazione economica tra Costa Rica e Italia.

Fonti: Banco Central de Costa Rica (BCCR), serie storiche del tasso di cambio e informazioni macroeconomiche; Promotora del Comercio Exterior de Costa Rica (PROCOMER), dati sul commercio estero; Instituto Costarricense de Turismo (ICT), dati sul turismo; Instituto Nacional de Estadística y Censos (INEC), indicatori economici; Eurostat e ISTAT, dati relativi all’interscambio commerciale tra Italia e Costa Rica. I valori relativi al tasso di cambio riportati nell’articolo sono approssimativi e arrotondati e hanno finalità esclusivamente informative.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Industria y Comercio Ítalo-Costarricense)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

NFYA: opportunità per le imprese italiane nei grandi investimenti argentini

La crescita dei grandi progetti di investimento in Argentina, sostenuti dal RIGI (Regime di Incentivo per Grandi Investimenti), sta creando nuove opportunità per le imprese locali specializzate in infrastrutture, energia e tecnologie industriali. Tra queste si distingue INFYA, azienda argentina specializzata in ingegneria elettrica, automazione industriale e produzione di E-Houses, strutture elettriche modulari utilizzate in impianti industriali complessi. L’azienda sta beneficiando dello sviluppo di importanti progetti nei settori del litio, rame, Vaca Muerta, oil & gas e infrastrutture energetiche.

Un punto di forza di INFYA è il suo ruolo di contractor EPC (Engineering, Procurement & Construction), che le permette di gestire diverse fasi dei progetti: dalla progettazione alla produzione, dalla fornitura delle apparecchiature all’automazione, fino all’installazione e alla messa in servizio. La capacità di integrare diverse competenze e di collaborare con partner tecnologici specializzati consente all’azienda di offrire soluzioni complete per progetti industriali di elevata complessità.

La crescita degli investimenti legati al RIGI rappresenta anche un’opportunità per la filiera tecnologica internazionale. Il regime favorisce infatti il ricorso a fornitori locali competitivi, creando le condizioni per lo sviluppo di partnership industriali e catene di fornitura. In questo contesto, aziende come INFYA possono rappresentare un punto di ingresso per le tecnologie italiane nel mercato argentino, attraverso accordi di fornitura, subfornitura e collaborazione industriale.

Le opportunità riguardano in particolare le imprese italiane attive nell’automazione industriale, componentistica elettrica, meccatronica, energia e rinnovabili, mining, oil & gas, sistemi di controllo e strumentazione e ingegneria industriale. Per queste aziende, collaborare con contractor e integratori argentini già coinvolti nei grandi progetti può permettere di entrare nel mercato senza assumere necessariamente il ruolo di contractor principale. L’Italia può infatti partecipare come technology provider, subfornitore o partner industriale, portando nei progetti argentini il proprio know-how e la propria capacità tecnologica.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

“Ciò che era eccezionale è diventato la norma”: vendemmie precoci… e molto incerte sui volumi

Le vendemmie 2026 in Francia hanno un carattere eccezionale: la raccolta è iniziata con un anticipo inedito, da 3 a 6 settimane rispetto a quindici anni fa, a causa di un inverno molto mite e di una primavera e un’estate particolarmente calde e secche. In alcune zone, come Champagne e Beaujolais, la vendemmia è iniziata già a metà agosto e in alcuni casi era quasi terminata alla fine del mese. A Bordeaux, la raccolta dei vini bianchi secchi è già conclusa e quella dei rossi è iniziata.

Per quanto riguarda la qualità, le prospettive sono positive. Secondo Jean-Marie Fabre, presidente dei Vignerons indépendants de France, non dovrebbe esserci un'annata qualitativamente negativa. Lo stato sanitario delle uve è buono, grazie alla scarsa presenza di malattie, funghi e parassiti, e il 2026 potrebbe presentare una « Il 2026 potrebbe essere caratterizzato da una qualità piuttosto generalizzata». La principale incognita riguarda invece i volumi di produzione. Le prime informazioni indicano una vendemmia da media a bassa, con forti differenze tra regioni, vigneti, terreni ed età delle viti. La siccità è particolarmente preoccupante: in alcuni vigneti non è caduta una sola goccia d’acqua dall’inizio di giugno, causando acini più piccoli e meno ricchi d’acqua e possibili perdite, soprattutto nelle viti giovani. Al 28 agosto, il Ministero dell’Agricoltura indicava 57 dipartimenti in cui la viticoltura era tra le produzioni più colpite dalla siccità. Non è ancora possibile stabilire una stima nazionale affidabile: secondo Fabre, « È totale incertezza ».La produzione potrebbe inoltre essere ulteriormente ridotta dagli eventi meteorologici estremi, come temporali, grandine e trombe d’aria, tra cui quella verificatasi recentemente nell’Aude. Nel Var, gli incendi hanno creato anche il rischio di “sentori di fumo”: le uve esposte al fumo possono sviluppare aromi indesiderati dopo la vinificazione, rendendo il vino non commercializzabile. Alcune superfici non saranno quindi raccolte, anche se probabilmente meno rispetto all’Aude nel 2025. Il settore deve inoltre affrontare una persistente carenza di manodopera. Nonostante l’anticipo della vendemmia, molti posti sono rimasti vacanti, rendendo la raccolta più lunga e rischiando di impedire la vendemmia nel momento ottimale. Le condizioni di lavoro sono ulteriormente aggravate dalle forti temperature e dalla fatica dei viticoltori. Infine, il problema principale per il futuro è la ripetizione degli eventi climatici estremi. Jean-Marie Fabre afferma che «ciò che era eccezionale è diventato la norma» e chiede una vera e propria «modalità commando per il clima». Cioè misure concrete di adattamento al cambiamento climatico, e non soltanto aiuti economici per riparare i danni dopo che si sono verificati. La richiesta arriva mentre il governo francese deve annunciare, prossimamente le nuove misure di sostegno all’agricoltura.

Come riferimento, nel 2025 la produzione viticola francese era stata stimata in 36 milioni di ettolitri, cioè -16% rispetto alla media dei cinque anni precedenti.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

«Almeno il 25% delle imprese del settore è in perdita»: i ristoratori lanciano l’allarme

L’Unione dei mestieri e delle industrie dell’ospitalità (Union des métiers et des industries de l’hôtellerie) e l’Ordine dei dottori commercialisti (Ordre des experts-comptables) hanno lanciato un Osservatorio economico della ristorazione (Observatoire économique de la restauration), presentato nell’ambito degli Incontri degli imprenditori di Francia (Rencontres des Entrepreneurs de France - REF). Secondo Franck Chaumès, presidente nazionale del settore della ristorazione dell’Umih, si tratta di un barometro inedito che permette di misurare con precisione la situazione del settore.

Lo studio si basa sull’analisi dei bilanci del 2025 e delle dichiarazioni IVA del 2026 di quasi 40.000 imprese, appartenenti sia alla ristorazione tradizionale sia alla ristorazione rapida. Nel 2025, la redditività si è deteriorata più rapidamente dell’attività. Nella ristorazione tradizionale, l’avanzo lordo di gestione (excédent brut d’exploitation – EBE) è diminuito del 4,2%, mentre il risultato medio delle imprese è calato dell’11,8% rispetto al 2024. Nella ristorazione rapida, l’EBE è diminuito del 2,6% e il risultato medio del 7,1%. Soprattutto, almeno il 25% delle imprese di entrambi i settori è in perdita.

Questa situazione è dovuta principalmente all’aumento dei costi dell’energia, delle materie prime e, soprattutto, del lavoro. Per affrontare questi aumenti, i ristoratori hanno tre possibilità: ridurre la qualità, diminuire le quantità oppure aumentare i prezzi, con il rischio di perdere clienti. Di conseguenza, molti sono costretti a ridurre i propri margini di profitto.

Thierry Marx, presidente confederale dell’Umih, fornisce un esempio concreto: su un piatto venduto a 22 euro, nel migliore dei casi il ristoratore realizza soltanto 40 centesimi di profitto. Questa somma permette di pagare le spese e rimborsare i debiti, ma non è sufficiente per finanziare investimenti, per esempio nell’aria condizionata o nella riduzione dei consumi energetici.

La situazione è ulteriormente peggiorata nel 2026. Nel secondo trimestre del 2026, il fatturato medio della ristorazione tradizionale è diminuito del 6,5% rispetto al secondo trimestre del 2025. Inoltre, il risultato della ristorazione tradizionale nel 2025 era inferiore del 9,1% rispetto a quello del 2023, anche se l’attività complessiva dei ristoranti nel 2025 rimaneva superiore ai livelli del 2023.

Di fronte a questa situazione, Thierry Marx denuncia il rischio di una «degastronomizzazione della Francia» (dégastronomisation de la France), cioè di una progressiva perdita della qualità e dell’identità gastronomica francese. Esprime inoltre preoccupazione per la crescente industrializzazione della ristorazione, che potrebbe avvenire a scapito della qualità degli alimenti. Per questo motivo, difende l’importanza del «fatto in casa» (fait maison).

Infine, Thierry Marx critica il costo del lavoro in Francia, in particolare l’eccessiva differenza tra salario lordo e salario netto dei dipendenti della ristorazione e i costi a carico delle imprese, che considera più elevati rispetto a Spagna e Italia. Secondo lui, questa situazione potrebbe ridurre l’attrattività turistica della Francia. In vista delle elezioni, invita quindi i futuri dirigenti del Paese a prendere in considerazione questi problemi.

 

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

Il settore dello storage e delle batterie in Germania: crescita record del mercato e prospettive per l'indotto italiano

Il primo trimestre 2026 ha segnato un punto di svolta strutturale per il mercato tedesco dell'accumulo energetico. Secondo l'agenzia federale Germany Trade & Invest (GTAI), nei primi tre mesi dell'anno la capacità installata è cresciuta di oltre 2,2 gigawattora, portando il parco complessivo tedesco a 27,8 GWh distribuiti su circa 2,5 milioni di sistemi. Su base annua la capacità totale è aumentata del 38%, ma il dato più significativo riguarda la composizione della crescita: i grandi accumuli di scala industriale (Großbatteriespeicher) sono cresciuti del 119%, quelli commerciali del 58%, mentre il segmento residenziale — storicamente dominante — si è sostanzialmente stabilizzato. Il Bundesverband Solarwirtschaft (BSW-Solar), elaborando i dati del Marktstammdatenregister della Bundesnetzagentur, conferma la tendenza con una lettura ancora più marcata: nel segmento oltre 1 MWh il nuovo installato è cresciuto di circa il 270-290% rispetto al primo trimestre 2025, mentre gli accumuli commerciali (20 kWh–1 MWh) sono aumentati del 42%. Il mercato tedesco sta quindi migrando rapidamente dal behind-the-meter domestico verso l'infrastruttura di sistema, con implicazioni dirette sulla tipologia di componentistica richiesta.

Un comparto da 15,2 miliardi di euro

Sul piano economico, il Bundesverband Energiespeicher Systeme (BVES) quantifica il fatturato complessivo del comparto accumulo (elettrico e termico) in circa 15,2 miliardi di euro nel 2025, in netta ripresa rispetto agli 11,6 miliardi del 2024, con una previsione di 17,1 miliardi per il 2026 e un potenziale stimato fino a 19 miliardi. Il motore della crescita è il segmento infrastruttura di sistema (+72%, a 5,5 miliardi), seguito da Haushalt & Gebäude (+15%, a 7,5 miliardi) e Industria & Commercio (+20%, a 1,2 miliardi). Particolarmente interessante per i fornitori è il segmento degli accumuli termici ad alta temperatura per calore di processo, uscito dalla fase pilota: da 80 milioni di euro nel 2025 il BVES stima un potenziale 2026 compreso tra 180 e 230 milioni. Sul fronte industriale, il ZVEI (Zentralverband Elektrotechnik- und Elektronikindustrie) rileva che il mercato tedesco delle batterie ha raggiunto nel 2025 un volume di 22,4 miliardi di euro (+9%), con una produzione nazionale record di 8,1 miliardi (+11%) e un balzo del 28% nelle sole batterie agli ioni di litio (4,6 miliardi).

Batterie: cresce la domanda di una filiera europea

È proprio nella struttura di questo mercato che si apre lo spazio per l'indotto italiano. Il ZVEI segnala con preoccupazione che le importazioni tedesche di batterie hanno raggiunto i 22 miliardi di euro, di cui circa 11 miliardi dalla sola Cina (+25%), mentre l'export tedesco si è fermato a 7,8 miliardi. Il presidente del Fachverband Batterien, Christian Rosenkranz, ha esplicitamente indicato come a rischio non l'approvvigionamento in sé, ma la competitività e la resilienza dell'ecosistema batterie europeo. La risposta politica — sostenuta dall'obiettivo UE di coprire almeno il 40% del fabbisogno annuo di celle con produzione interna entro il 2030 — genera una domanda strutturale di fornitori europei affidabili, esattamente il posizionamento naturale della meccanica di precisione e dell'elettronica di potenza italiane. Il Fraunhofer ISI stima che la Germania possa concentrare da sola circa 400 GWh di capacità produttiva di celle, oltre un quarto del totale europeo, pur segnalando che circa due terzi dei progetti annunciati sono ancora in fase di pianificazione e soggetti a un tasso di realizzazione storicamente compreso tra il 60 e il 70%.

Dove si aprono le opportunità per le PMI italiane

Le opportunità concrete per le PMI italiane si concentrano su tre direttrici. La prima è la componentistica di sistema: un impianto BESS commerciale da 1 MWh costa oggi tra 300 e 450 EUR/kWh chiavi in mano, di cui solo 150-250 EUR/kWh sono riconducibili alle celle; il resto è elettronica di potenza, trasformatori, integrazione, quadristica e opere accessorie, segmenti dove il valore aggiunto italiano è competitivo e dove la commoditizzazione asiatica non è ancora dominante. La seconda è la meccanica di produzione: la costruzione delle gigafactory tedesche richiede impianti di rivestimento elettrodi, sistemi di assemblaggio, automazione di linea, controllo qualità ed end-of-line testing, ambiti in cui la filiera piemontese ed emiliana è già strutturata sull'automotive. La terza, meno presidiata, riguarda gli accumuli termici industriali e i sistemi di buffering per l'infrastruttura di ricarica pesante, segnalati dal BVES come mercati in accelerazione.

Il fattore critico per l'accesso resta il quadro regolatorio, che è al tempo stesso il principale acceleratore e il principale rischio del mercato. L'esenzione ventennale dagli oneri di rete prevista dal § 118 comma 6 EnWG per gli impianti allacciati entro agosto 2029 sta generando una forte pressione a investire nel breve periodo, ma la Bundesnetzagentur ha avviato da gennaio 2026 il procedimento AgNes per la riforma complessiva della tariffazione di rete, con possibile anticipazione del termine. Parallelamente, la disponibilità di capacità di allaccio è diventata il vero collo di bottiglia: a fine 2024 i gestori della rete di trasmissione avevano già ricevuto circa 650 richieste di connessione per grandi accumuli, per complessivi 226 GW di potenza, a fronte di appena 2,4 GW effettivamente in esercizio. La conseguenza è un passaggio diffuso dal principio cronologico a procedure di ripartizione e di first ready, first served: l'azienda italiana che fornisce componenti deve quindi essere pronta a documentare tempi di consegna certi e conformità tecnica già in fase di autorizzazione del progetto.

Conformità e tracciabilità: requisiti per entrare nella filiera

Come già osservato nei comparti edilizia e idrotermosanitario, la conformità normativa è il vero passaporto commerciale. Per il settore storage ciò significa certificazione secondo VDE-AR-N 4105 e VDE-AR-N 4110 per l'allacciamento, Einheitenzertifikat e Anlagenzertifikat, conformità al Regolamento UE 2023/1542 sulle batterie e — con scadenza febbraio 2027 — predisposizione al Battery Passport, che imporrà la tracciabilità digitale della catena del valore. Le imprese italiane che sapranno anticipare questi requisiti, presentandosi al Mittelstand tedesco non come fornitori di prodotto ma come partner di sistema con documentazione digitale completa, troveranno in Germania un mercato che nei prossimi quattro anni dovrà moltiplicare più volte la propria capacità di accumulo e che, per ragioni di sicurezza industriale prima ancora che commerciali, ha un interesse strategico esplicito a diversificare i propri fornitori all'interno dell'Unione Europea.

 

FONTI

Germany Trade & Invest — GTAI (2026). Germany Books Record Increase in Energy Storage Batteries, 11.05.2026, Berlin. https://www.gtai.de/en/invest/industries/mobility/automotive-industry/ge...

Bundesnetzagentur für Elektrizität, Gas, Telekommunikation, Post und Eisenbahnen (2026). Stromspeicher — Häufig gestellte Fragen zu Netzanschluss, Betrieb und Netzentgelten; Auswertung des Marktstammdatenregisters (MaStR); Orientierungspunkte zu Speichernetzentgelten (Festlegungsverfahren AgNes), Bonn. https://www.bundesnetzagentur.de/DE/Fachthemen/ElektrizitaetundGas/Speic...

BVES — Bundesverband Energiespeicher Systeme e.V. (2026). BVES-Branchenanalyse 2026: Energiespeicherbranche in Deutschland, Marktstudie durchgeführt von 3EnergyConsulting (3EC), Berlin. https://www.bves.de/

BSW — Bundesverband Solarwirtschaft e.V. (2026). Rekordzubau bei Batteriespeichern, Auswertung von Daten der Bundesnetzagentur, 03.05.2026; Batteriespeicherkapazität binnen 4 Jahren verfünffacht, 12.01.2026, Berlin. https://www.solarwirtschaft.de/

ZVEI e.V. — Verband der Elektro- und Digitalindustrie, Fachverband Batterien (2026). Batterieproduktion erreicht Rekord — Branche warnt vor wachsender Abhängigkeit, Pressemitteilung, Juni 2026, Frankfurt am Main. https://www.zvei.org/presse-medien/pressebereich/batterieproduktion-erre...

Fraunhofer-Institut für System- und Innovationsforschung ISI (2026). Batterie-Update; Prognose für den Hochlauf der Batteriezellproduktion in Europa: Ein Risikobewertungsmodell, Karlsruhe. https://www.isi.fraunhofer.de/

Fraunhofer-Institut für Solare Energiesysteme ISE (2026). Jahresauswertung 2025 zur Stromerzeugung in Deutschland, Presseinformation, Freiburg im Breisgau. https://www.ise.fraunhofer.de/

BMWE — Bundesministerium für Wirtschaft und Energie (2025–2026). Energiewende direkt — Newsletter; Entwurf zum Strom-Versorgungssicherheits- und Kapazitätengesetz, Berlin. https://energiewende.bundeswirtschaftsministerium.de/

(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio Italo Tedesca - ITALCAM)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026