Venerdì 6 Novembre 2026
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L'economia dell'Albania conferma un percorso di solida espansione, offrendo alle imprese italiane un contesto favorevole per investimenti, forniture industriali e collaborazioni commerciali nell'area adriatica e balcanica. A certificarlo sono le rilevazioni aggiornate al secondo trimestre del 2026 diffuse dalla Camera di Commercio Italiana in Albania, che evidenziano una crescita del PIL reale pari al 3,61% su base annua, sostenuta dalla tenuta dei consumi interni e dalla dinamicità dei servizi legati a commercio, trasporti e accoglienza.
Le stime delle principali istituzioni internazionali convergono su uno scenario di stabilità per l'intero 2026, con proiezioni di incremento del PIL comprese tra il 3,4% indicato da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale e il 3,5% delineato dalla BERS. Sul fronte interno, l'indice dei prezzi al consumo evidenzia un'inflazione contenuta al 3,2% ad agosto, mentre la disoccupazione si posiziona all'8,3%, delineando un quadro macroeconomico ordinato e favorevole alla pianificazione industriale.
In questo scenario, l'Italia si conferma saldamente il primo partner commerciale di Tirana. Nei primi otto mesi del 2026 l'interscambio bilaterale ha raggiunto i 219,47 miliardi di lek, con il nostro Paese che assorbe il 38,5% dell'intero export albanese e genera il 20,3% delle importazioni locali. La relazione economica riflette una forte integrazione di filiera: l'Italia esporta prevalentemente macchinari, attrezzature industriali, prodotti agroalimentari e materie per il settore tessile, mentre importa a sua volta semilavorati e manufatti di abbigliamento, calzature e ricambi meccanici. Al commercio di merci si affianca una presenza diretta di lungo periodo, testimoniata da uno stock complessivo di investimenti diretti esteri italiani che ha ormai superato la soglia dei 2 miliardi di euro.
Per le aziende interessate a strutturare progetti sul territorio, l'analisi della CCIA offre una mappatura dettagliata anche del mercato del lavoro e delle condizioni operative. La retribuzione lorda media mensile per dipendente si attesta a 92.150 lek, a fronte di un salario minimo legale stabilito in 50.000 lek e di un'incidenza dei contributi previdenziali e sanitari a carico del datore di lavoro pari al 16,7% sul lordo. Sul versante finanziario, l'inclusione dell'Albania nell'area geografica SEPA semplifica i pagamenti transfrontalieri in euro, mentre il tasso di cambio ufficiale registra un rapporto di 92,00 lek per euro, elemento da monitorare con attenzione nella stesura dei contratti commerciali.
Per gli imprenditori, gli export manager e i professionisti che desiderano approfondire l'intero impianto normativo, i dati disaggregati per singoli rami di attività e i trend su credito, finanza pubblica e turismo, il documento completo della Camera di Commercio Italiana in Albania rappresenta uno strumento operativo indispensabile.
Scarica il documento con tutti i dati elaborati da INSTAT, Banca d'Albania, FMI e Banca Mondiale.
Negli ultimi mesi le notizie hanno dedicato ampio spazio alle nuove tariffe introdotte dagli Stati Uniti e alle possibili conseguenze per le imprese esportatrici. Considerare però questi sviluppi come un fenomeno eccezionale sarebbe un errore, specialmente considerando che le tariffe hanno sempre fatto parte delle politiche internazionali degli Stati Uniti.
Ciò che è cambiato non è la loro esistenza, ma la loro portata, la velocità con cui vengono introdotte e modificate e il ruolo sempre più centrale che svolgono nella politica economica. Oggi i dazi non incidono soltanto sul prezzo finale di un prodotto, ma influenzano investimenti, supply chain, pianificazione finanziaria, logistica e strategie commerciali. Le aziende si trovano quindi a operare in un contesto molto più dinamico rispetto al passato, caratterizzato da continui cambiamenti normativi e da una crescente complessità gestionale.
Nello scenario del commercio transatlantico, la disponibilità di informazioni tempestive, affidabili e bilanciate diventa un elemento essenziale per le imprese. Non stiamo assistendo a una riduzione degli scambi internazionali, ma a una loro trasformazione strutturale. Lo dimostra il fatto che, secondo i dati ISTAT, nel 2025 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2%, confermando la solidità delle relazioni economiche tra i due Paesi nonostante il mutato contesto tariffario.
Nel nuovo scenario competitivo globale, le aziende esportatrici che avranno successo non saranno necessariamente quelle meno colpite dalle tariffe, bensì quelle capaci di adattarsi più rapidamente. Il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di passare da una logica di reaction a una logica di planning, in cui le imprese sono chiamate a comprendere con precisione la propria esposizione tariffaria, a valutare scenari alternativi e ad adottare una visione olistica che integri logistica, compliance, procurement, finanza e strategia commerciale. In molti casi diventa necessario creare team dedicati alla gestione delle problematiche legate al commercio internazionale, trasformando una fonte di complessità in un'opportunità di miglioramento organizzativo.
Sul piano operativo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, la preparazione doganale assume un ruolo centrale. Le aziende devono verificare la corretta classificazione delle merci, confermare l'origine dei prodotti, effettuare un'accurata customs valuation, analizzare le esclusioni disponibili e valutare strumenti come il first sale doctrine o i buying agency arrangements. Le tariffe non dovrebbero infatti essere considerate un costo fisso e inevitabile: la normativa doganale statunitense offre diversi strumenti che consentono di strutturare transazioni, supply chain e modelli operativi in maniera più efficiente.
Tuttavia, qualsiasi attività di tariff mitigation deve essere accompagnata da una rigorosa compliance. Trasparenza, accuratezza delle informazioni e documentazione adeguata sono oggi elementi essenziali per ridurre il rischio operativo e mantenere un accesso stabile al mercato.
La recente evoluzione normativa del commercio estero americano riflette chiaramente la necessità di una gestione rigorosa della compliance. Dopo la decisione della Corte Suprema che ha limitato l'utilizzo dell'International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) come base per l'imposizione generalizzata di tariffe, l'amministrazione statunitense ha fatto ricorso ad altri strumenti previsti dalla legislazione commerciale americana.
Tra questi vi è la Section 122 del Trade Act del 1974, che ha consentito l'introduzione temporanea di una tariffa generalizzata del 10% come misura ponte. Parallelamente, la Section 301 del Trade Act del 1974 è diventata uno dei principali strumenti per l'adozione di nuove misure commerciali, consentendo all'Office of the United States Trade Representative di avviare indagini e imporre restrizioni commerciali in presenza di pratiche considerate discriminatorie o dannose per gli interessi statunitensi.
L'applicazione di misure restrittive e indagini commerciali evidenzia come le politiche tariffarie possano rappresentare anche un'opportunità per le imprese. La crescente attenzione verso l'origine delle merci, la tracciabilità delle filiere e la documentazione dei processi produttivi potrebbe spingere molte aziende a rafforzare i propri sistemi di governance e controllo. Sebbene sia ancora presto per valutarne pienamente gli effetti, questa evoluzione potrebbe favorire modelli di business più trasparenti, sostenibili ed eticamente responsabili. Le imprese che investono oggi nella conoscenza delle proprie supply chain saranno probabilmente quelle meglio posizionate per rispondere alle future richieste di regolatori, partner commerciali e investitori.
Nel contesto delle relazioni transatlantiche, è importante ricordare che l'Europa beneficia di un quadro di cooperazione con gli Stati Uniti definito dall'accordo commerciale UE-USA e dal Regulation (EU) 2026/1455, che introduce meccanismi di salvaguardia in caso di mancata applicazione degli impegni assunti dalle parti. Questo contribuisce a garantire una maggiore prevedibilità alle imprese europee che esportano negli Stati Uniti.
In definitiva, la questione non è se le tariffe scompariranno: tutto lascia pensare che continueranno a essere una componente strutturale del commercio internazionale. La vera differenza sarà fatta dalla capacità delle aziende di adattarsi, pianificare e trasformare la complessità in un vantaggio competitivo duraturo.
Per supportare concretamente il tessuto imprenditoriale in questo percorso di adattamento, la Italy-America Chamber of Commerce, insieme all’American Chamber of Commerce in Italy, si è impegnata nella realizzazione di un comitato on Trade & Tariffs con una cabina di regia composta da importanti attori, quali J.P. Morgan, Intesa Sanpaolo, FedEx, KPMG, Deloitte, GDLSK, con l’obiettivo ultimo di proporre eventi e iniziative che possano garantire un costante aggiornamento sulla situazione, insieme a consigli e metodologie per mitigare l’effetto tariffs. Si veda per esempio l’ultimo evento tenutosi a Milano, lo scorso 2 ottobre. I lavori del comitato proseguiranno anche per l’anno 2026-2027.
Nell’economia digitale, i dati sono diventati una risorsa strategica fondamentale per la crescita, l’innovazione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La capacità di gestire, proteggere e conservare i dati è sempre più importante anche sotto il profilo della sovranità digitale e della sicurezza, soprattutto in un contesto caratterizzato da crescenti minacce informatiche e tensioni geopolitiche.
Il Lussemburgo dispone di infrastrutture digitali tra le più avanzate d’Europa e presenta una forte concentrazione di data center certificati Tier IV, il più elevato livello di certificazione in termini di disponibilità e resilienza. Il Paese conta 14 data center censiti dalla Commissione europea e beneficia di un’eccellente connettività con i principali centri economici europei. Anche la copertura 5G è particolarmente elevata, raggiungendo il 99,9% della popolazione. La fiducia internazionale nelle infrastrutture lussemburghesi è dimostrata da diversi progetti: l’Estonia utilizza il Lussemburgo per ospitare una copia sicura di dati governativi critici, mentre anche Monaco, la NATO e l’Ufficio europeo dei brevetti si affidano alle infrastrutture digitali del Paese.
Lo sviluppo dei data center può generare importanti ricadute economiche, garantendo sicurezza, disponibilità e integrità dei dati, rendendo la cybersicurezza una priorità. Secondo l’EUDCA, entro il 2031 i data center potrebbero contribuire fino a 138 miliardi di euro all’anno al PIL europeo e sostenere oltre 300.000 posti di lavoro qualificati. Il Lussemburgo dispone quindi di condizioni favorevoli per sviluppare ulteriormente questo settore.
Un'altra questione fondamentale è l'energia. I data center funzionano 24 ore su 24 e nel 2022 rappresentavano circa il 4,8% del consumo nazionale di elettricità del Lussemburgo. La crescita dell’intelligenza artificiale e della capacità di calcolo potrebbe aumentare ulteriormente questa domanda. Per ridurre l'impatto ambientale, gli operatori stanno investendo in sistemi di raffreddamento più efficienti, energie rinnovabili, ottimizzazione dei consumi e recupero del calore prodotto dai data center, ad esempio per il teleriscaldamento o per usi industriali.
Il Lussemburgo, quindi, possiede già gli elementi fondamentali per diventare un importante hub europeo dei dati: stabilità politica ed economica, infrastrutture Tier IV, connettività e presenza di settori ad alta intensità di dati, come banche e fondi d’investimento, oltre che reputazione internazionale.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)
La nuova analisi di mercato redatta dalla Camera di Commercio Italiana dell'Ontario Canada (ICCO Canada) fotografa un ecosistema in forte espansione, caratterizzato da un'elevata propensione alla spesa per imbottiture naturali premium nei segmenti casa, abbigliamento outdoor e contract alberghiero.
La domanda canadese registra incrementi costanti nei comparti chiave del tessile e del riposo:
Per accedere al segmento alto di mercato, la sostenibilità e la tracciabilità sono requisiti vincolanti e non opzionali:
L'accordo CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) tra Unione Europea e Canada garantisce una leva tariffaria determinante per i produttori italiani rispetto alla concorrenza asiatica o statunitense soggetta a tariffe standard:
La penetrazione commerciale in Canada, a partire dall'hub economico dell'Ontario, si sviluppa attraverso molteplici canali:
Scarica il report completo.
(Studio a cura della Camera di Commercio Italiana dell'Ontario Canada - ICCO Canada)
A Salvador de Bahia la cultura non è soltanto uno degli elementi più riconoscibili dell’identità della città. È anche lavoro, impresa e capacità di generare valore. A dimostrarlo sono i numeri del nuovo Mapeamento da Economia da Cultura e das Indústrias Criativas de Salvador, realizzato dalla Secretaria Municipal de Cultura e Turismo (Secult) in collaborazione con la Fundação Itaú e presentato il 23 settembre.
Il dato che meglio restituisce le dimensioni di questo ecosistema è quello dell’occupazione: circa 115 mila posti di lavoro sono collegati all’economia della cultura e alle industrie creative, una quota pari a circa l’8% della forza lavoro della capitale dello Stato di Bahia. Sul fronte imprenditoriale, il censimento ha individuato 1.607 imprese creative attive nel 2023, equivalenti a circa il 35% di tutte le aziende del comparto presenti nello Stato.
Sono numeri che modificano la prospettiva attraverso la quale viene tradizionalmente osservata Salvador. Conosciuta internazionalmente per il suo patrimonio storico, la musica, il Carnevale, la gastronomia e la forte matrice afro-brasiliana, la città mostra oggi come questi asset culturali siano parte di una vera infrastruttura economica, composta soprattutto da micro e piccole imprese e da una vasta rete di professionisti, produttori, artisti e imprenditori. Secondo i dati diffusi dopo la presentazione dello studio, circa il 98% delle imprese formali mappate è costituito da micro e piccole aziende.
Un'altra caratteristica distingue nettamente Salvador dal quadro nazionale. Circa il 75% dei lavoratori dell'economia creativa della città è nero, contro una media nazionale del settore pari al 44%. Il dato non ha soltanto una rilevanza sociale: indica che, nella capitale bahiana, l'economia creativa rappresenta anche uno spazio particolarmente importante per l'imprenditorialità afro-brasiliana e per la generazione di reddito in una città nella quale la cultura nera costituisce uno dei principali patrimoni identitari ed economici.
Il passaggio successivo è trasformare questa forza creativa in imprese più strutturate e competitive. Una parte significativa dell'economia culturale continua infatti a operare fuori dai circuiti formali, con conseguenze dirette sulla possibilità di accedere al credito, ai bandi pubblici, agli investimenti e alle opportunità di business. È proprio su questo punto che il nuovo censimento può assumere un valore economico che va oltre la semplice fotografia statistica: conoscere dimensioni, caratteristiche e distribuzione del settore permette di costruire strumenti più precisi per accompagnarne la professionalizzazione.
Taíse Santos, direttrice dell'Economia Creativa della Secult, ha sottolineato che i dati possono essere utilizzati per sviluppare politiche capaci di raggiungere anche produttori culturali e imprenditori che oggi non dispongono di una struttura formale sufficiente per partecipare a bandi, ottenere credito o entrare in circuiti di investimento e business. L'obiettivo è dunque avvicinare il potenziale creativo della città agli strumenti tipici dello sviluppo economico: finanziamento, formazione, accesso ai mercati e sostenibilità delle imprese.
Anche il livello degli investimenti pubblici indica un cambiamento di scala. Nel 2024 il bilancio municipale destinato alla cultura e alle industrie creative ha raggiunto 167 milioni di reais, pari all'1,42% del budget complessivo della città. Si tratta di una cifra record per Salvador e di un segnale della crescente attenzione attribuita al comparto all'interno delle strategie di sviluppo urbano.
La questione, tuttavia, non riguarda soltanto quanto investire, ma come utilizzare i dati per indirizzare le risorse. Il mappaggio è stato concepito come uno strumento permanente: gli indicatori relativi al mercato del lavoro, alle imprese, agli investimenti pubblici e al commercio internazionale dei beni creativi saranno monitorati nel tempo. In questo modo Salvador punta a costruire una base informativa capace di orientare non soltanto le politiche pubbliche, ma anche le decisioni di imprenditori e investitori.
È una scelta particolarmente significativa in un settore nel quale il valore economico è spesso difficile da misurare. Musica, audiovisivo, moda, design, artigianato, gastronomia, spettacolo e produzione culturale generano attività che attraversano categorie economiche differenti e che, proprio per questo, possono sfuggire alle statistiche tradizionali. Dare loro una dimensione quantitativa significa rendere visibile un'economia che esiste già, ma che non sempre viene percepita come tale.
Il nuovo quadro statistico avrà inoltre un ruolo nel Distrito Criativo do Comércio, progetto che punta alla riqualificazione economica e urbana dello storico quartiere del Comércio attraverso cultura, innovazione ed economia creativa. L'iniziativa mette in relazione patrimonio urbano, attività economiche e produzione culturale, trasformando la creatività in uno degli strumenti di rigenerazione di una delle aree più simboliche della città.
È qui che il caso di Salvador acquista interesse anche al di fuori del Brasile. In molte città, l'economia creativa è ormai considerata una componente delle strategie di attrazione degli investimenti e di rigenerazione urbana. Nel caso della capitale bahiana, a questo si aggiunge un vantaggio competitivo difficilmente replicabile: un'identità culturale riconoscibile a livello internazionale e profondamente radicata nella vita economica e sociale locale.
La sfida sarà trasformare questa densità culturale in una filiera sempre più capace di produrre imprese sostenibili, proprietà intellettuale, innovazione, esportazioni e opportunità di investimento. Per farlo occorrerà ridurre l'informalità, facilitare l'accesso al capitale, rafforzare le competenze manageriali e creare connessioni tra piccoli operatori creativi e mercati più ampi.
I 115 mila posti di lavoro e le oltre 1.600 imprese registrate dal nuovo studio raccontano quindi qualcosa di più della vitalità culturale di Salvador. Mostrano una città nella quale creatività e cultura stanno assumendo una dimensione economica misurabile. E quando ciò che tradizionalmente viene considerato patrimonio immateriale comincia a essere misurato in occupazione, imprese, investimenti e capacità di attrarre capitali, cambia anche il modo in cui una città può immaginare il proprio sviluppo.
Per Salvador, una delle capitali culturali più riconoscibili del Brasile, la prossima frontiera potrebbe essere proprio questa: trasformare un patrimonio creativo costruito nel corso dei secoli in uno dei motori economici del futuro.
Fonti: Secretaria Municipal de Cultura e Turismo di Salvador (Secult), Mapeamento da Economia da Cultura e das Indústrias Criativas de Salvador, Agência Brasil/Radioagência Nacional
(Contributo editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
La Côte d’Azur conferma anche nell’estate 2026 la solidità della propria attrattività turistica, sostenuta dalla forte presenza dei mercati internazionali, dall’elevata accessibilità del territorio e da una stagione che tende sempre più a prolungarsi oltre i tradizionali mesi estivi.
A evidenziarlo è il bilancio della stagione pubblicato da Côte d’Azur France Tourisme e presentato dalla Direttrice generale Claire Béhar, che restituisce un quadro positivo della frequentazione turistica del territorio.
Tra gli indicatori più significativi emerge innanzitutto il ruolo strategico dell’Aeroporto Nice Côte d’Azur, che durante l’estate ha collegato il territorio con 132 destinazioni in 47 Paesi. In crescita anche la domanda internazionale: le prenotazioni aeree provenienti dagli Stati Uniti sono aumentate dell’8%, mentre quelle dai mercati dell’Europa centrale e orientale registrano un incremento del 25%.
Positivi anche i dati del comparto alberghiero, che ha raggiunto un tasso di occupazione dell’87% sia nel mese di giugno sia a luglio. La componente internazionale rimane determinante per il turismo locale: quasi il 60% dei pernottamenti registrati abitualmente nei mesi di luglio e agosto è infatti generato da clientela straniera.
La stagione 2026 conferma inoltre alcune evoluzioni nelle abitudini di viaggio. Crescono le prenotazioni effettuate all’ultimo momento e aumenta l’attenzione dei consumatori al budget, mentre resta forte la fidelizzazione nei confronti della destinazione.
Accanto al tradizionale richiamo del litorale, stanno acquisendo sempre maggiore importanza anche le località montane dell’entroterra, favorite dalla ricerca di temperature più fresche e dal crescente interesse per le attività all’aria aperta. Una diversificazione dell’offerta che consente alla Côte d’Azur di valorizzare sempre più la complementarità tra mare, montagna, natura e patrimonio culturale.
Particolarmente incoraggianti sono anche le prospettive per il mese di settembre. Nel segmento delle locazioni turistiche tra privati, le notti già prenotate risultano in crescita del 16%, confermando la progressiva estensione della stagione turistica oltre i mesi tradizionalmente considerati di alta stagione.
Una tendenza che risponde pienamente alla strategia di Côte d’Azur France Tourisme, orientata verso una distribuzione più equilibrata dei flussi durante tutto l’anno, capace di coniugare competitività internazionale, diversificazione dell’offerta e valorizzazione sostenibile della destinazione.
In questo scenario, anche la Camera di Commercio Italiana di Nizza, svolge da anni un ruolo attivo nella promozione della destinazione presso il pubblico italiano.
Il mercato italiano rappresenta uno dei mercati di prossimità più strategici per la Côte d’Azur, favorito dalla vicinanza geografica, dall’intensità degli scambi transfrontalieri e dalla facilità dei collegamenti tra Francia e Italia. Una presenza particolarmente significativa per un territorio che, per posizione e vocazione internazionale, mantiene relazioni economiche, culturali e turistiche molto strette con il nostro Paese.
Tra gli strumenti di promozione sviluppati dalla Camera figura la guida “Costa Azzurra”, realizzata in collaborazione con Côte d’Azur France Tourisme e giunta nel 2026 alla sua 24ª edizione, disponibile dallo scorso mese di luglio.
La pubblicazione accompagna il pubblico italiano alla scoperta delle destinazioni, delle esperienze e dell’offerta turistica del territorio, raccontando una Côte d’Azur che va oltre le sue località più conosciute e valorizzando la varietà delle proposte disponibili lungo il litorale e nell’entroterra.
Grazie, inoltre, alla partnership con VINCI Autoroutes, la guida è presente anche nelle aree di servizio autostradali, consentendo di intercettare direttamente i flussi di viaggiatori lungo uno dei principali assi di collegamento tra Francia e Italia e di rafforzare ulteriormente la visibilità della destinazione presso il pubblico italiano.
Un’iniziativa che riflette pienamente la missione della Camera: creare connessioni tra Italia e Francia, valorizzare le opportunità offerte dal territorio e mettere la propria conoscenza del mercato italiano al servizio della promozione economica e turistica della Côte d’Azur.
(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)
Il Venezuela ha completato l'esportazione di oltre 147.000 tonnellate di alghe marine destinate ai mercati internazionali dell'Asia e del Sud America, tra cui spiccano Cile, Corea del Sud e Cina.
L'operazione commerciale si è svolta dal Porto Internazionale El Guamache, situato nello stato di Nueva Esparta (Isola di Margarita).
Secondo le informazioni divulgate dal Ministero del Potere Popolare per i Trasporti, l'operazione si è svolta nel rispetto dei più alti standard di sicurezza, efficienza e qualità, rappresentando un passo avanti significativo per la proiezione commerciale del Venezuela nella regione.
Il rischio paese del Venezuela si è ridotto quasi della metà nel corso del 2026, in un movimento che ha registrato il suo salto principale immediatamente dopo la cattura di Nicolás Maduro a gennaio e che è tornato ad accelerare tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, a seguito dei nuovi accordi petroliferi promossi dagli Stati Uniti, riporta Bloomberg Línea.
L'EMBI (Emerging Markets Bond Index), elaborato da JPMorgan e utilizzato come riferimento per misurare il premio richiesto dagli investitori sul debito dei mercati emergenti rispetto ai titoli del Tesoro statunitense, è passato da 12.671 punti base il 2 gennaio a 6.037 il 3 settembre, un calo pari a circa il 52%.
Secondo l'agenzia di stampa, una flessione di questa portata viene solitamente associata a una minore percezione del rischio sul debito di un paese. Tuttavia, nel caso del Venezuela questa lettura richiede un punto di precisione: il paese rimane in default dal 2017, non ha completato la ristrutturazione del proprio debito estero e continua a non avere un normale accesso al mercato internazionale dei finanziamenti.
Jonathan Fortun, economista dell'Institute of International Finance (IIF), avverte che, proprio a causa di questa situazione, l'EMBI venezuelano non rappresenta attualmente il costo al quale il paese potrebbe finanziarsi.
Lo spread deriva dai prezzi dei titoli esistenti e dalle loro scadenze contrattuali; pertanto, la sua evoluzione riflette principalmente quanto il mercato valuti tali obbligazioni e quale valore di recupero si aspetti per i creditori, aggiunge l'agenzia di stampa.
Il calo del 2026, inoltre, ha iniziato a delinearsi già nel corso dell'anno precedente. L'EMBI venezuelano è passato da 24.963 punti base a gennaio 2025 a 12.739 a dicembre, dimezzandosi quasi. Ma il cambiamento politico all'inizio del 2026 ha innescato un movimento molto più brusco.
Il 2 gennaio, l'indicatore si attestava a 12.671 punti base. Il giorno successivo, le forze statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e Delcy Rodríguez ha assunto la carica di presidente ad interim. Nella prima sessione successiva all'operazione, l'EMBI è crollato a 8.898 punti base, con un calo di quasi 3.800 punti in un'unica giornata.
Per Fortun, il mercato non stava reagendo a una trasformazione immediata dell'economia, del settore petrolifero o dei conti fiscali. Ciò che era cambiato era la possibilità che esistesse una controparte in grado di negoziare e di impegnare lo Stato venezuelano in un'eventuale ristrutturazione delle sue obbligazioni.
«Ciò che è stato riprezzato non è stata l'economia, né il petrolio, né i conti fiscali; è stata l'esistenza di una controparte capace di stipulare accordi», spiega in un colloquio con Bloomberg Línea.
Da allora, la discesa dell'EMBI non è stata lineare. Le prospettive sul petrolio e sulla futura capacità del Venezuela di generare entrate hanno convissuto con i progressi ancora incompleti della ristrutturazione del debito e del quadro istituzionale.
La ristrutturazione del debito tra le variabili
A maggio, il Venezuela ha annunciato formalmente l'avvio di un processo di ristrutturazione del proprio debito estero e ha nominato consulenti finanziari e legali. Ad aprile aveva inoltre ripristinato i rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, sebbene non vi sia ancora un programma di finanziamento né una ristrutturazione definitiva delle obbligazioni.
L'andamento del petrolio ha introdotto un'altra variabile. La ripresa della produzione può aumentare il flusso di valuta estera disponibile per il Venezuela e, di conseguenza, migliorare il valore potenziale dei suoi asset.
Tuttavia, una maggiore produzione non significa automaticamente che tali entrate saranno disponibili per pagare i creditori: dipenderà dai termini dei nuovi contratti, dalla quota dello Stato nella rendita petrolifera e da come verrà infine distribuito il recupero tra i diversi gruppi di creditori.
Reazione dei titoli ed effetto degli accordi petroliferi
Tra il 27 agosto e il 3 settembre, l'EMBI venezuelano è sceso da 6.593 a 6.037 punti base, una riduzione di 556 punti, pari a circa l'8%. Il movimento è stato molto inferiore a quello registrato a gennaio, ma ha mostrato una componente specificamente venezuelana: mentre altri mercati emergenti latinoamericani evidenziavano variazioni molto più moderate, i titoli del paese hanno reagito agli annunci di nuovi accordi petroliferi.
Chevron ha annunciato investimenti superiori a 7,0 miliardi di dollari nell'arco di cinque anni, con l'obiettivo di più che raddoppiare la produzione delle sue operazioni fino a circa 600.000 barili al giorno. Altri accordi hanno ampliato le aspettative sulla ripresa del settore petrolifero venezuelano e sulla capacità del paese di attrarre capitali.
La reazione dei titoli riflette precisamente tale aspettativa. Gli analisti ritengono che il Venezuela stia cessando di essere unicamente una scommessa su un esito politico incerto per diventare anche una scommessa su un asset che Washington considera strategico e che è disposta a finanziare su una scala rilevante.
Per la grande maggioranza degli investitori, le obbligazioni rappresentano l'unico strumento facilmente disponibile per esprimere una visione ottimistica sul Venezuela. Fortun introduce tuttavia un'importante distinzione: «Gli accordi petroliferi migliorano principalmente il valore di recupero che si può attribuire oggi a un debito che rimane insoluto; non dimostrano ancora un miglioramento equivalente nella capacità di pagamento corrente dello Stato».
La differenza è rilevante — evidenzia Bloomberg Línea — poiché l'entità delle obbligazioni venezuelane rimane enorme. Le stime sul totale delle rivendicazioni variano, ma possono raggiungere circa 240,0 miliardi di dollari quando si includono debito, interessi, arbitrati e altri crediti. I titoli di Stato rappresentano solo una parte di questo universo, insieme alle richieste di risarcimento delle imprese, ai lodi arbitrali e agli obblighi bilaterali.
Per questo motivo, il petrolio non è l'unica variabile che determinerà quanto i detentori di obbligazioni riusciranno infine a recuperare. Sarà decisivo anche il modo in cui verranno ordinate le diverse rivendicazioni, il trattamento riservato a ciascun creditore e le condizioni alle quali verrà eseguita la ristrutturazione finale.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Il Centro e i Giovani del Centro Ticino hanno presentato un'iniziativa parlamentare generica per sostenere il commercio locale. Ad illustrarla la deputata Sabrina Gendotti, la presidente dei Giovani Giovanna Pedroni e il vicepresidente Luca Taglialatela. L'idea è che chi vuole possa destinare volontariamente fino al 5% del proprio stipendio lordo annuo (per gli indipendenti, del reddito rilevante ai fini AVS), con un tetto di 5.000 franchi, a spese presso esercenti ticinesi. In cambio otterrebbe un credito d'imposta cantonale fino al 25% delle somme effettivamente spese.
Come funzionerebbe
Il meccanismo, spiegano i promotori, passerebbe da un "ticket stipendio", una carta o un wallet digitale utilizzabile solo presso le aziende ticinesi aderenti. Il lavoratore dovrebbe comunicare la scelta al datore di lavoro, che gli verserebbe la quota sotto forma di ticket. L'adesione è volontaria e non impone dove acquistare, e Gendotti l'ha presentata come uno strumento che rafforza la libertà economica del territorio senza limitare quella individuale.
Perché ora
Il contesto è quello di un commercio al dettaglio in difficoltà. I dati congiunturali di maggio 2026 mostrano un peggioramento di affari e vendite, e l'Ufficio cantonale di statistica indica tra i fattori la concorrenza degli acquisti oltreconfine e dell'e-commerce. Secondo la RSI, il Ticino ha i salari più bassi della Svizzera, con premi di cassa malati e affitti in crescita, e molti scelgono dove fare la spesa in base al portafoglio, spesso in Italia o online. Ad aprile il presidente della grande distribuzione ticinese, Enzo Lucibello, stimava che gli acquisti dei ticinesi oltre confine fossero saliti in pochi anni da circa 500 a circa 700 milioni di franchi l'anno. Il franco sfavorevole e il taglio delle accise deciso a Roma hanno aggravato il quadro.
I numeri dei promotori
Con uno stipendio lordo di 50.000 franchi, la quota destinata al circuito sarebbe di 2.500 franchi e il credito d'imposta di 625. Con un'adesione totale dei circa 170.000 lavoratori ticinesi, la spesa aggiuntiva sul territorio sarebbe di 850 milioni di franchi e il costo per le casse pubbliche di 212,5 milioni. Va precisato che queste cifre corrispondono al massimo di 5.000 franchi per ciascun lavoratore: con l'importo dell'esempio da 50.000 franchi, la spesa complessiva si fermerebbe attorno ai 425 milioni. I promotori stessi parlano di scenari puramente teorici, il cui impatto reale dipenderà dal numero di adesioni. Taglialatela sostiene che anche un'adesione moderata darebbe un volume economico significativo al commercio locale.
I nodi aperti
Trattandosi di un'iniziativa generica, ora il Parlamento deve stabilire se sia valida e conforme al principio della libertà economica. Gli uffici del Consiglio di Stato dovranno poi valutare la sostenibilità finanziaria, e gli stessi promotori riconoscono che, con le finanze pubbliche in sofferenza, la cifra è molto rilevante. Occorrerà capire quanto dei maggiori consumi potrà tradursi in maggiori entrate fiscali per il Cantone. Restano da definire anche la platea degli aderenti e quali imprese potranno entrare nel circuito, e con quale offerta. Sulla posizione dei frontalieri il testo non prevede alcun automatismo né procedura.
il quotidiano svizzero Blick, citando una fonte a conoscenza del dossier, ha riferito che almeno otto grandi banche internazionali avrebbero fatto sapere ai vertici di UBS di essere disposte a discutere una fusione o altre forme di integrazione. I nomi che circolano sono Morgan Stanley, Deutsche Bank e Standard Chartered, con Morgan Stanley citato più spesso. Si tratta però solo di indiscrezioni: UBS non ha confermato alcuna trattativa e ha dichiarato di non commentare speculazioni od opinioni. Anche il numero di otto banche resta legato alla sola fonte giornalistica.
La decisione che ha innescato tutto
Il punto di partenza è il voto del 23 settembre con cui il Consiglio degli Stati, la Camera alta, ha approvato per 29 voti contro 16 una norma sulle banche sistemiche. La norma impone di coprire con capitale CET1, il capitale di più alta qualità, il 90% delle partecipazioni estere. Secondo i calcoli di UBS, questo la obbligherebbe a detenere circa 16 miliardi di dollari in più, che si sommano a circa 2 miliardi legati ad altre misure già annunciate, per un totale di circa 18 miliardi. La banca sostiene inoltre di dover già detenere circa 15 miliardi di capitale aggiuntivo dopo l'acquisizione di Credit Suisse, per cui il totale incrementale dall'operazione potrebbe arrivare a circa 33 miliardi. UBS parla di un ulteriore inasprimento eccessivo di requisiti già tra i più severi al mondo. Il provvedimento non è però definitivo, perché deve ancora passare dal Consiglio nazionale.
Le mosse di UBS e le reazioni
Due giorni prima delle indiscrezioni di Blick, il sito americano Semafor aveva scritto che il management di UBS aveva ripreso a valutare come ridurre l'esposizione alla regolamentazione svizzera, compresa una combinazione con un concorrente estero. Tra le ipotesi ci sarebbe una nuova struttura societaria con una grande banca straniera, con la sede del gruppo eventualmente fuori dalla Svizzera, il che potrebbe cambiare il quadro regolamentare applicabile. Prima del voto il presidente Colm Kelleher aveva avvertito che la banca avrebbe potuto ripensare la propria base svizzera se le regole fossero state troppo severe.
Nel fine settimana la ministra delle Finanze Karin Keller-Sutter ha detto che è improbabile che UBS lasci la Svizzera, perché il trasloco costerebbe più delle nuove norme sul capitale e comporterebbe forti complicazioni legali. Sulla stessa linea l'economista Aymo Brunetti, dell'Università di Berna, che ritiene improbabili sia la fusione sia il cambio di sede: la "Swissness" resta un biglietto da visita essenziale, soprattutto per i ricchi clienti asiatici, e per i clienti svizzeri cambierebbe poco, con il fisco come principale possibile perdente. Un altro interlocutore intervistato da Ticinonews avverte invece che senza una grande banca elvetica forte sarebbe più difficile per le PMI ottenere crediti importanti, e che già oggi si sente la mancanza di Credit Suisse.
Chi avrebbe le dimensioni
Secondo Luca Discacciati, analista di Cambiavalute.ch, guardando alle sole dimensioni Morgan Stanley è il nome più plausibile tra quelli circolati. Deutsche Bank e Standard Chartered hanno una capitalizzazione inferiore a quella di UBS, quindi si parlerebbe più di una fusione che di un'acquisizione. Fuori dall'elenco di Blick, gruppi come JPMorgan, Bank of America o HSBC avrebbero la scala necessaria, ma questo non significa che esista un interesse concreto da parte loro.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Il secondo trimestre del 2026 entra di diritto nella storia finanziaria della Svezia. Secondo gli ultimi dati pubblicati da Statistics Sweden (SCB), la ricchezza complessiva gestita dai fondi di investimento svedesi ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 10.000 miliardi di corone svedesi (SEK), attestandosi a 10.018 miliardi di SEK.
Si tratta di un balzo trimestrale di ben 1.133 miliardi di SEK (+12,8%), la crescita relativa più consistente registrata dal secondo trimestre del 2009 e il più grande incremento assoluto mai rilevato in un singolo trimestre. A spingere questa volata è stato anche un flusso netto positivo di oltre 100 miliardi di SEK, il livello più alto degli ultimi 12 anni.
Ma cosa significano questi numeri per gli investitori italiani che hanno esposizione sulla Svezia o valutano opportunità nel mercato nordico? Analizziamo i punti chiave.
A fare da traino principale è stato il comparto azionario (equity). I fondi svedesi hanno visto il valore dei loro titoli in portafoglio crescere del 16,4% in un solo trimestre (+999 miliardi di SEK), portando la quota azionaria complessiva a 7.084 miliardi di SEK. I soli fondi azionari hanno registrato una raccolta netta positiva di 11 miliardi di SEK.
L'impatto per l'investitore italiano: Questo forte apprezzamento conferma il dinamismo del tessuto aziendale svedese (large cap tecnologiche, industrial ed export-oriented). Per un portafoglio italiano, l'azionario svedese continua a rappresentare un'eccellente leva di diversificazione geografica e settoriale all'interno dell'Europa, beneficiando di un ecosistema di imprese solido e ad alto tasso di innovazione.
Un elemento cruciale da monitorare per gli investitori dell'Eurozona riguarda il cambio EUR/SEK. Nel corso del Q2 2026:
Cosa significa per chi investe dall'Italia: Un indebolimento della SEK rispetto all'Euro comporta due effetti contrapposti:
Il mercato si conferma estremamente liquido e maturo, con 858 fondi attivi rilevati da SCB a fine trimestre (+2 rispetto al trimestre precedente). La fiducia sia dei risparmiatori domestici che dei grandi investitori istituzionali evidenzia come la Svezia rimanga uno dei poli di attrazione finanziaria più stabili in Europa.
Considerazioni per l'investitore italiano
Fonte dati: Statistics Sweden (SCB) – Financial Market Statistics (24 agosto 2026).
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)
Il Costa Rica avanza verso una maggiore integrazione con i mercati finanziari internazionali. L’entrata in vigore della Legge n. 10.973, Legge per facilitare la negoziazione di valori mobiliari esteri in Costa Rica, introduce un quadro normativo volto a semplificare l’accesso e la negoziazione di determinati strumenti finanziari emessi su altri mercati.
La misura apre nuove possibilità per gli investitori e gli operatori del mercato mobiliare e, al tempo stesso, pone la sfida di coniugare una maggiore apertura con un’informazione adeguata, la trasparenza e una gestione responsabile dei rischi.
Per anni, l’accesso degli investitori costaricani a determinati valori mobiliari esteri è stato condizionato da procedure e requisiti che potevano rendere più complessa la loro negoziazione all’interno del mercato nazionale.
La Legge n. 10.973 mira a facilitare questo processo attraverso un quadro normativo che consenta la negoziazione di valori mobiliari esteri secondo condizioni e procedure definite dalla regolamentazione del mercato mobiliare.
L’obiettivo non è semplicemente introdurre un maggior numero di prodotti finanziari, ma ampliare le opportunità di investimento e rafforzare il collegamento del Costa Rica con i mercati internazionali.
In un contesto economico sempre più globalizzato, questa connessione può assumere particolare rilevanza sia per gli investitori sia per gli intermediari e gli altri operatori del sistema finanziario.
Uno dei principali vantaggi della negoziazione di valori mobiliari esteri è la possibilità di accedere a strumenti legati a economie, imprese e settori che non sono necessariamente rappresentati nel mercato locale.
Per un investitore, ciò può tradursi in una maggiore varietà di alternative per strutturare il proprio portafoglio.
La diversificazione consente di distribuire gli investimenti tra differenti attività finanziarie, mercati, settori o valute. È tuttavia importante chiarire che diversificare non significa eliminare il rischio.
I valori mobiliari esteri possono essere soggetti alle oscillazioni dei mercati internazionali, alle variazioni dei tassi di cambio, alle condizioni economiche e politiche dei Paesi di origine, al rischio dell’emittente, ai livelli di liquidità e ad altri fattori specifici di ciascuno strumento.
Per questo motivo, l’accesso a un’offerta più ampia deve essere accompagnato da informazioni sufficienti e da un’adeguata valutazione delle caratteristiche e dei rischi di ogni investimento.
Più alternative: potrà essere disponibile un’offerta più ampia di valori mobiliari collegati ai mercati internazionali.
Maggiore diversificazione: gli investitori potranno valutare strumenti appartenenti a mercati, settori e valute differenti, in funzione delle opzioni disponibili.
Nuovi rischi: investire in valori mobiliari esteri comporta anche la necessità di considerare fattori quali il rischio di cambio, le condizioni dei mercati internazionali e il rischio dell’emittente.
Informarsi prima di investire: conoscere le caratteristiche, i costi, le condizioni e i rischi dello strumento continua a essere fondamentale.
Intermediazione regolamentata: le operazioni si svolgono nell’ambito del quadro normativo previsto per il mercato mobiliare costaricano e sotto la supervisione delle autorità competenti.
La portata della Legge n. 10.973 va oltre il semplice ampliamento della gamma di prodotti disponibili per gli investitori.
La possibilità di agevolare la negoziazione di valori mobiliari esteri può contribuire a una maggiore integrazione del mercato dei capitali costaricano con i mercati internazionali.
Ciò può creare opportunità per gli intermediari del mercato mobiliare, gli istituti finanziari e gli altri operatori che sviluppano prodotti e servizi legati agli investimenti internazionali.
Può inoltre contribuire a rendere il Costa Rica un mercato finanziario maggiormente connesso alle tendenze e alle opportunità che si sviluppano al di fuori dei suoi confini.
Per un’economia piccola e aperta come quella costaricana, questa dimensione internazionale assume un’importanza particolare.
Una maggiore apertura non significa che venga meno la regolamentazione. Al contrario, la presenza di regole chiare e di meccanismi di vigilanza è fondamentale affinché lo sviluppo del mercato avvenga in modo ordinato.
In questo ambito, la Superintendencia General de Valores (SUGEVAL) mantiene un ruolo centrale nel sistema di vigilanza del mercato mobiliare costaricano.
Per l’investitore, ciò significa che la decisione di acquistare un valore mobiliare estero deve basarsi su una corretta comprensione dello strumento e delle condizioni alle quali viene offerto e negoziato.
Non tutti i valori mobiliari presentano le stesse caratteristiche né gli stessi livelli di rischio. È quindi importante valutare aspetti quali l’emittente, la valuta, il mercato di negoziazione, la liquidità, i costi e le possibili variazioni del valore dell’investimento.
La Legge n. 10.973 rappresenta un passo verso un mercato mobiliare caratterizzato da maggiori collegamenti internazionali e dal potenziale di offrire una gamma più ampia di opportunità di investimento.
Il suo impatto dipenderà dall’attuazione della normativa, dalla partecipazione degli intermediari e dalla risposta degli investitori.
La vera sfida sarà fare in modo che una maggiore apertura sia accompagnata da trasparenza, educazione finanziaria, informazioni adeguate e una gestione responsabile dei rischi.
In questo nuovo scenario, gli investitori avranno la possibilità di guardare oltre i confini nazionali nella valutazione delle proprie opportunità, mentre il mercato costaricano potrà cogliere l’occasione per rafforzare i propri collegamenti con il sistema finanziario internazionale.
La Legge n. 10.973, in questo senso, non introduce soltanto cambiamenti normativi: apre una nuova fase nel rapporto tra il Costa Rica e i mercati mobiliari internazionali.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Industria y Comercio Ítalo-Costarricense)