Mercoledì 6 Maggio 2026
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Il parlamento thailandese ha confermato Anutin Charnvirakul alla guida del governo, consolidando il suo potere politico dopo una votazione decisiva che segna un passaggio importante per la stabilità del Paese. Il leader del partito Bhumjaithai ha ottenuto un ampio sostegno parlamentare, raccogliendo 293 voti su circa 500 deputati, superando nettamente il principale rivale dell’opposizione. Questa vittoria rappresenta un risultato storico: Anutin diventa infatti il primo premier thailandese degli ultimi due decenni a ottenere un nuovo mandato attraverso il voto parlamentare, in un contesto politico tradizionalmente instabile. Il successo parlamentare arriva dopo la vittoria del Bhumjaithai alle elezioni generali di febbraio 2026, che hanno permesso al partito di costruire una coalizione di governo insieme ad altre forze politiche, tra cui il Pheu Thai. L’opposizione, guidata dal Partito Popolare, ha partecipato al voto con una candidatura simbolica, scegliendo poi di non entrare nella coalizione di governo.
Anutin era già salito al potere nel settembre 2025, dopo la rimozione del precedente primo ministro da parte della Corte costituzionale. Successivamente aveva sciolto il parlamento e indetto elezioni anticipate per rafforzare la propria posizione politica. La sua popolarità è cresciuta anche grazie a una linea politica nazionalista durante le tensioni al confine con la Cambogia, che ha contribuito a consolidare il consenso elettorale. Nonostante il successo politico, il nuovo esecutivo dovrà affrontare diverse sfide, tra cui: l’aumento dei prezzi dell’energia a livello globale, le difficoltà economiche interne, possibili controversie legali legate alle recenti elezioni. Analisti politici sottolineano tuttavia che l’ampio sostegno parlamentare potrebbe garantire una fase di relativa stabilità, rara nella recente storia politica thailandese. Con questo nuovo mandato, Anutin si trova ora nella posizione di formare un nuovo governo e definire le priorità politiche del Paese. Il suo stile pragmatico e la capacità di costruire alleanze trasversali potrebbero rivelarsi determinanti per affrontare le sfide economiche e istituzionali della Thailandia nei prossimi anni.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
Riconoscendo il ruolo cruciale del settore privato nel promuovere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) delle Nazioni Unite, la Direzione per la Cooperazione allo Sviluppo e gli Affari Umanitari del Ministero degli Affari Esteri ed Europei, della Difesa, della Cooperazione allo Sviluppo e del Commercio Estero del Lussemburgo ha promosso e istituito nel 2016 il Business Partnership Facility (BPF), avvalendosi nella sua implementazione della LuxDev, l'Agenzia lussemburghese per la cooperazione allo sviluppo, in collaborazione con la Chambre de Commerce du Grand-Duché de Luxembourg, Luxinnovation e il Ministero dell'Economia.
La Business Partnership Facility sostiene progetti che coniugano il successo commerciale con un forte contributo agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), guidati da imprese con sede in Lussemburgo o nell'Unione Europea e dai loro partner stabiliti in uno dei 140 Paesi ammissibili in via di sviluppo. In tal modo il BPF affronta importanti sfide sociali per lo sviluppo del Paese partner, tra cui la riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, la mitigazione dei cambiamenti climatici, l'accesso a un'istruzione di qualità, al lavoro dignitoso o all'acqua potabile, solo per citarne alcune.
La 1ª edizione del bando 2026 del Business Partnership Facility è aperta e le imprese europee interessate possono applicare fino all’8 maggio 2026. Maggiori informazioni sono disponibili al seguente link: https://www.luxaidbusiness4impact.lu/en/BPF2026-1
Infatti con tale bando (due edizioni all’anno) e finanziamenti fino a 300.000 euro, le imprese dell'Unione Europea, insieme ai loro partner in uno dei Paesi in via di sviluppo, interessate al cofinanziamento del BPF, possono presentare domanda a uno dei due bandi annuali, con scadenza a fine aprile e a fine ottobre. I progetti selezionati riceveranno fino a 300.000 euro di cofinanziamento, a copertura di un massimo del 50% del costo totale del progetto.
Tra le attività ammissibili si annoverano, la realizzazione di studi di fattibilità per progetti innovativi nel Paese target; l’implementazione di versioni pilota di soluzioni innovative in nuovi mercati; la strutturazione di catene di produzione o implementazione di una soluzione innovativa su larga scala.
La valutazione e selezione dei progetti tiene conto del rispetto dei seguenti criteri: innovazione ed efficacia in termini di costi, impatto sociale e sostenibilità a lungo termine, fattibilità del progetto e sostenibilità finanziaria, addizionalità e neutralità del cofinanziamento, Valore aggiunto per tutti i partner e potenziale di trasferimento di tecnologia/know-how.
Dal suo lancio nel 2016, il BPF ha sostenuto 51 progetti di partenariato che collegano imprese europee con organizzazioni con sede in oltre 20 paesi in via di sviluppo. Il BPF consente alle aziende di applicare le proprie tecnologie o competenze a progetti con un elevato impatto sullo sviluppo.
Il Business Partnership Facility apre, dunque, le porte a tutti gli operatori europei per esplorare nuove opportunità commerciali attraverso un approccio di cooperazione allo sviluppo.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)
La Comunità di Madrid ha guidato la creazione di nuove società nel 2025, con 28.975 unità, concentrando così il 21,4% del totale nazionale, in un anno in cui la Spagna ha inoltre registrato il secondo dato più alto della serie storica, 135.129, dopo il picco raggiunto nel 2007 (149.100), secondo i dati del Centro di Informazione Statistica del Notariato.
La regione, insieme alla Catalogna (20,1%), all'Andalusia (16,8%) e alla Comunità Valenciana (13,1%), ha concentrato complessivamente il 71,4% del totale delle nuove costituzioni durante l'esercizio. All'estremo opposto, le comunità con il minor numero di società costituite sono state La Rioja (555 società), Cantabria (975) e Navarra (1.155). In tutta la Spagna nel 2025 sono state costituite circa 2.760 società per milione di abitanti.
Se si analizzano i dati in termini pro capite, adeguando la costituzione di società alla popolazione, si osservano alcune variazioni tra le Comunità Autonome più dinamiche.
Questo rapporto è stato più elevato nella Comunità di Madrid (4.073), nelle Isole Baleari (3.926), in Catalogna (3.339) e nella Comunità Valenciana (3.258), secondo il rapporto. L'Andalusia (2.611), invece, si è posizionata in questa classifica leggermente al di sotto della media nazionale, pur superando le restanti dodici comunità autonome. I territori con un indice più basso per mille abitanti sono stati Castiglia e León (1.517), Estremadura (1.530) e Cantabria (1.643).
L'andamento mensile della costituzione di società nel 2025 a livello nazionale si inserisce “in un contesto di crescita economica positiva durante tutto l'anno”, con una media di 11.261 nuove società create al mese, rispetto alle 10.364 del 2024.
Sebbene nel 2025 il PIL sia cresciuto meno intensamente rispetto al 2024 (2,8% contro il 3,5%), la creazione di imprese è aumentata con maggiore forza nel 2025 (8,7% contro l'8% dell'anno precedente). Inoltre, si mantiene un andamento stagionale simile a quello degli esercizi precedenti, con un calo marcato in agosto, essendo questo un mese tradizionalmente caratterizzato da una minore attività economica.
Nel 2025, il segmento con il maggior numero di società costituite è stato quello delle società di piccole dimensioni, con un capitale sociale compreso tra 3.000 e 4.000 euro, che hanno rappresentato il 72% del totale delle società create e che hanno assunto prevalentemente la forma giuridica di Società a Responsabilità Limitata (SRL), con un totale di 96.860 società.
Rispetto al 2024, quelle con un capitale compreso tra 3.000 e 4.000 euro sono aumentate del 7,8%, il che si traduce in 7.024 società in più nel 2025 rispetto al 2024. Nel frattempo, le società con un capitale sociale superiore a 4.000 euro sono aumentate del 10,8% rispetto al 2024
Fonte: Europapress
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)
Le tensioni geopolitiche e i conflitti in diverse aree del mondo stanno contribuendo alla nascita di un nuovo ordine economico globale, con conseguenze dirette per le imprese. È l’avvertimento lanciato dal Thailand Board of Investment (BOI), che invita il settore privato a prepararsi a un contesto internazionale più instabile e costoso. Secondo Narit Therdsteerasukdi, segretario generale del BOI, l’escalation dei conflitti in varie regioni del mondo sta già incidendo sulle attività economiche globali, in particolare attraverso l’aumento dei costi operativi e i rischi per le catene di approvvigionamento.
L’impatto più immediato si registra sui costi di produzione. L’aumento dei prezzi dell’energia, insieme al rincaro dei trasporti e della logistica internazionale, sta rendendo più onerose le operazioni per molte aziende. Parallelamente cresce il rischio di carenze di materie prime o forti aumenti dei prezzi, un fattore che potrebbe influire sulla stabilità delle catene di fornitura globali e sulle strategie di investimento delle imprese.
Secondo il BOI, le tensioni geopolitiche non devono essere considerate eventi temporanei. Al contrario, riflettono dinamiche geoeconomiche e geopolitiche che si stanno consolidando nel tempo, con effetti duraturi sui sistemi economici, commerciali e finanziari globali. Per questo motivo le imprese sono invitate ad adattare le proprie strategie, tenendo conto di un contesto internazionale caratterizzato da maggiore incertezza, costi più elevati e possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento.
In questo scenario, la Thailandia punta a rafforzare il proprio ruolo come hub produttivo stabile e sicuro nella regione, attirando investimenti e promuovendo una maggiore resilienza delle catene di fornitura. Il messaggio del BOI è chiaro: in un mondo sempre più segnato da tensioni geopolitiche, anticipare i cambiamenti e adattare le strategie industriali diventa essenziale per mantenere competitività e stabilità economica.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
La Thailandia mira a portare la quota di energia pulita nel proprio mix energetico oltre il 50% entro il 2026, nonostante i rallentamenti registrati nel 2025 dovuti al rinvio di alcune politiche di incentivazione per le rinnovabili.
Secondo analisti del settore energetico, il Paese sta preparando una nuova fase di espansione delle energie rinnovabili nell’ambito del Piano di sviluppo energetico 2026-2050, che prevede un significativo aumento della produzione da fonti sostenibili e un rafforzamento delle politiche climatiche nazionali.
Nel 2025 la diffusione delle rinnovabili in Thailandia ha subito un rallentamento a causa del rinvio dei programmi di feed-in tariff, ovvero i meccanismi di incentivo che garantiscono prezzi favorevoli per l’energia prodotta da fonti rinnovabili. L’incertezza sulle tariffe e sulla pianificazione dei nuovi progetti ha frenato temporaneamente l’interesse degli investitori. Il governo punta però a recuperare nel 2026 con nuove misure che dovrebbero rendere più chiaro il quadro normativo e favorire il passaggio da progetti pilota a mercati energetici su scala più ampia. Il nuovo piano energetico prevede una forte espansione delle fonti rinnovabili, tra cui impianti solari galleggianti, oltre allo sviluppo di infrastrutture per sostenere la transizione energetica del Paese.
Parallelamente, la Thailandia sta esplorando anche tecnologie avanzate per ridurre le emissioni, come:
Queste tecnologie sono ancora in fase di studio e regolamentazione e non saranno operative nel breve periodo, ma rappresentano un elemento importante della strategia energetica a lungo termine.
La transizione energetica della Thailandia si inserisce anche in un più ampio rafforzamento delle politiche climatiche. Il governo ha infatti approvato in linea di principio un Climate Change Act, che introdurrà nuovi strumenti di governance climatica, tra cui:
La legge prevede inoltre la possibilità di sviluppare strumenti economici come sistemi di scambio delle emissioni, tasse sul carbonio e meccanismi di adeguamento alle frontiere per le emissioni. Nonostante i progressi, la Thailandia deve affrontare alcune sfide strutturali. Il Paese dipende ancora in larga parte dai combustibili fossili e dal gas naturale per la produzione di elettricità, il che rende la transizione energetica complessa e richiede investimenti significativi nelle rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche. Con il nuovo piano energetico e un quadro normativo più definito, Bangkok punta quindi a rilanciare lo sviluppo delle energie pulite e accelerare il percorso verso la neutralità climatica nei prossimi decenni.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
Oltre le mura del mondo istituzionale e fiannziario bruxellese, biomedicina e biotecnologie si impongono nel panorama belga e mondiale, spiccando nella Regione vallona per avanguardia, cifre d’affari e risultati. Biowin, ad esempio, é un cluster di 139 unità tra associazioni, stakeholders, finanziatori, ricercatori e personale sanitario, referenza del settore e dedicato al miglioramente del sistema sanitario regionale e belga, che investe in progetti scientificamente innovativi di R&S in biomedicina e biotecnologie.
L’obiettivo del cluster Biowin é quello di accellerare l’innovazione medico scientifica per risolvere con maggiore prontezza le sfide poste dalla salute pubblica, con un focus particolare su terapie avanzate /conservative, medicina nucleare e raccolta di dati sanitari. Focalizzata su internazionalizzazione e interdisciplinarietà, dal 2025 Biowin lavora per il riconoscimento mondiale delle proprie eccellenze in ricerca accademica, clinica e industriale e per un impatto economico-sociale sostanziale. Con una crescita positiva e incontrastata dal 2013, Biowin tenta di unificare in un’unico ecosistema l’apparato socio sanitario belga ed il rispettivo settore commerciale. Coinvolgendo ospedali, centri di ricerca, poli universitari e industriali, Biowin vuole far fronte alle nuove sfide di salute pubblica, stimolando la crescita economica, la scoperta di nuove conoscenze scientifiche e l’occupazione regionale, rendono la Vallonia una “Silicon Valley” ricca di opportunità per gli investitori esteri e un centro attrattivo, di fiducia, per gli utenti. La Vallonia, regione a sud del Belgio, ospita più di 350 aziende biotech, con una crescita dell’occupazione annua tra il 5 e il 10% annuo, affermandosi come il primo mercato europeo di capitali per un valore aggiunto totale di 5 miliardi di euro.
I principali centri biotecnologici della Vallonia sono Liegi, Charleroi, Mons, Ottignies, Gembloux e Namur e la partnership tra la Direzione generale delle tecnologie, della ricerca e dell'energia (DGTRE), l'Agenzia vallona per le esportazioni (AWEX), l'Ufficio per gli investitori esteri (OFI) sono attori di primo piano sia a livello economico che per la comprensione del ricco e complesso tessuto industriale che popola questo territorio.
Il Belgio che detiene l’investimento pro capite in R&S in medtech e biotech più alto d’Europa, ha anche un peso specifico industriale pari a 7.8% delle assunzioni, 18.7% dell’export e 19.3% delle spesa in ricerca e sviluppo, che lo posizionano rispettivamente terzo, secondo e primo in Europa. Con un valore aggiunto totale di 5.9 miliardi di euro, il settore é una punta di diamante per la Regione Vallonia e l’Europa intera
Fonti:
https://www.cetic.be/Biowin?lang=en
https://www.kickstartbiomanufacturing.be/success-factors/a-buzzing-biotech-scene
https://business.belgium.be/en/investing_in_belgium/key_sectors/biotechnology
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Belgo-Italiana)
I fondi pensione danesi sono un esempio, a livello europeo, di come un sistema fortemente basato sulla capitalizzazione e sulla privatizzazione della gestione dei contributi porti a un monte pensioni più elevato nonostante un carico fiscale inferiore.
Secondo il report pubblicato dalla Banca Nazionale Danese di settembre 2025, la Commissione Europea ha preso come esempio virtuoso il sistema pensionistico danese per aver condotto una transizione efficace verso un sistema misto negli ultimi decenni.
Attualmente circa l’80% delle risorse provengono da investimenti in veicoli finanziari e si ha solo il 20% sostenuto dalla ripartizione dei contributi correnti.
I risultati parlano chiaro: ad oggi il monte pensioni relativo al PIL danese è il più elevato dei paesi OCSE ed ammonta a quasi il 200% del PIL annuo contro il 10-12% di quello italiano. La spesa pubblica annua dedicata alle pensioni in Italia ammonta al 15-16% del PIL, talmente elevata da essere quindi sostenuta in buona parte tramite l’emissione di debito. In Danimarca si attesta intorno al 7%.
Si tratta di un semplice gioco di contabilità nazionale che scarica sulle aziende la maggior parte del costo delle pensioni?
NO! Al contrario: benché la struttura erariale danese sia fondamentalmente diversa da quella italiana (i.e. le imposte sul reddito personale hanno molta più rilevanza rispetto ai contributi pensionistici), secondo il report dell’OCSE del 2025, la percentuale di total tax wedge danese, ovvero la stima di carico fiscale totale effettivo per il datore di lavoro, si attesta intorno al 36.1% per un lavoratore dal salario medio, mentre in Italia si raggiunge il 47.2%.
Tramite un supplemento di pensione chiamato pensionstillæg, la componente dei contributi pensionistici pubblica a ripartizione viene utilizzata per dare un bonus regressivo legato al reddito per sussidiare i lavoratori con redditi più modesti. Alla redistribuzione contribuiscono anche la proporzionalità con il periodo di residenza (40 anni per ottenere la pensione completa) e altri sussidi familiari.
I risultati?
Secondo uno studio OCSE sui sistemi pensionistici di novembre 2025, la Danimarca mantiene il primato per la quota più bassa di anziani tra i 66 ed i 75 anni di età con una ricchezza sotto la mediana ed ottiene valutazioni estremamente positive in tutti gli indicatori che riguardano le risorse economiche dei pensionati.
Lo stesso studio mostra come il sistema sia particolarmente efficace nella redistribuzione della ricchezza: benché il tasso di sostituzione calcolato sulle ultime retribuzioni per redditi elevati e medi sia simile a quello italiano, il tasso di sostituzione per redditi bassi in Danimarca è quasi il doppio rispetto all’Italia: 115% contro il 70%,
Secondo Denmarks Statistik, l’equivalente danese di Istat, al 2050 una persona su 4 avrà 65 anni o più, portando considerevoli cambiamenti alla domanda di servizi e beni rispetto alle condizioni attuali.
Anche il report di Nordic Co-operation sostiene che aumenterà la domanda di tecnologie sanitarie, soluzioni digitali per l’autonomia domestica e servizi personalizzati per una popolazione over-65 sempre più attiva e con buon potere d’acquisto.
Innovazione, città age-friendly e collaborazione pubblico-privata saranno leve strategiche per consolidare la leadership danese in questo settore.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
La Danimarca custodisce una storia importante legata alla produzione di frutta e verdura ed al lavoro agricolo. In questi ultimi decenni, però, altri settori del mercato si stanno sviluppando enormemente, soprattutto quelli legati all’innovazione, alle energie rinnovabili e alla ricerca. Il settore ortofrutticolo, al contrario, sta vivendo un periodo di difficoltà.
Negli ultimi vent’anni, infatti, la produzione interna di frutta e verdura ha subito un sostanziale e costante calo, con un mercato che, con il tempo, ha dato la possibilità solo alle grandi aziende di restare competitive, rendendo la filiera del settore più vulnerabile e con una minore varietà di prodotti.
Le ragioni strutturali di questo declino si riscontrano nei costi elevati della manodopera e dell'energia, che hanno permesso alla concorrenza estera di avere successo.
Oggi solo il 9% della frutta e il 26% delle verdure consumate in Danimarca sono di origine nazionale. In una generazione si è passati da una sostanziale autosufficienza a una situazione in cui la grande maggioranza di frutta e ortaggi è importata. Si stima che circa il 74% degli ortaggi e l’81% della frutta sul mercato danese provengano dall’estero, in larga parte da altri Paesi UE, in particolare dall’Europa meridionale, come Spagna e Italia.
Questa situazione evidenzia una chiara discrepanza tra ciò che la Danimarca produce in maggiore quantità, principalmente carne, latte e cereali, e ciò che viene raccomandato dalle linee guida per un’alimentazione più equilibrata e sostenibile, che prevede un maggiore consumo di frutta, verdura e legumi. Tale squilibrio non riguarda solo il sistema produttivo, ma si riflette anche nelle abitudini alimentari dei consumatori, che spesso non raggiungono le quantità consigliate di alimenti vegetali. Per esempio, la maggior parte dei giovani sotto i 25 anni non sa indicare quali sono le loro verdure di stagione. Colmare questa distanza, quindi, richiede sia un cambiamento nelle scelte alimentari sia una maggiore valorizzazione e disponibilità di prodotti vegetali, attraverso il rafforzamento dell’educazione alimentare e la promozione della sensibilizzazione sul valore dei prodotti locali e stagionali.
Nel 2025 Madkulturen – l’organizzazione danese che lavora su cultura alimentare e politiche del cibo, ha riunito 32 rappresentanti della filiera di frutta e verdura in un gruppo di riflessione sul cibo chiamato Madtanken.
L’organizzazione ha valutato il bisogno di partire con un’iniziativa nazional popolare che metta al centro il consumo di frutta e verdura, che aiuti le piccole e microimprese locali a crescere tramite diminuzione di burocrazia, abbassamento delle accise sul diesel, e riallocazione dei sussidi. Soprattutto, Madkulturen chiede di utilizzare i sussidi provenienti dall’Unione Europea per il settore ortofrutticolo, per la creazione di serre efficienti a livello energetico e per investimenti sulla tecnologia in campo agricolo.
Inoltre, Madkulturen sottolinea anche come l’educazione alimentare dovrebbe partire dalla scuola, dai ristoranti e dalle famiglie stesse che devono insegnare ai loro figli come consumare frutta e verdura in modo responsabile e corretto. Secondo l’organizzazione, ci sarebbe bisogno di creare campagne di sensibilizzazione mirate, per insegnare quali sono i prodotti ortofrutticoli di stagione, per approfondire l’importanza dei prodotti a chilometro zero per salute, clima, sicurezza alimentare, e identità culturale e per riavvicinare nuovamente i consumatori alla terra, da cui i prodotti che comprano provengono.
La forte dipendenza dalle importazioni rappresenta oggi una caratteristica strutturale del sistema alimentare danese. Rafforzare la produzione locale di frutta e verdura, soprattutto attraverso innovazione tecnologica e serre ad alta efficienza energetica, può contribuire a rendere il sistema più resiliente e sostenibile.
Allo stesso tempo, l’importazione continuerà a svolgere un ruolo fondamentale per garantire varietà, continuità di approvvigionamento e competitività dei prezzi. In questo contesto, i Paesi del Sud Europa, e in particolare l’Italia, rappresentano partner naturali per la Danimarca. Grazie a un settore ortofrutticolo altamente sviluppato, agli standard qualitativi elevati e alla posizione di vicinanza, all’interno del mercato unico europeo, i prodotti italiani possono integrare l’offerta locale soprattutto nei periodi in cui la produzione danese è limitata.
Il futuro del settore ortofrutticolo danese potrebbe quindi basarsi su un equilibrio tra rafforzamento della produzione locale e collaborazioni commerciali solide all’interno dell’Unione Europea, dove l’Italia può giocare un ruolo strategico come fornitore affidabile di prodotti di qualità. In questa prospettiva, il mercato danese rappresenta un’interessante opportunità per le imprese italiane del settore agroalimentare che vogliono espandere la propria presenza nel Nord Europa.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
Il 2025 si è chiuso con un traguardo storico per la transizione energetica in Europa: per la prima volta, le energie rinnovabili hanno superato i combustibili fossili nella produzione di elettricità. Solare ed eolico hanno generato il 30% dell’energia elettrica complessiva, superando il 29% proveniente dalle fonti fossili. Il fotovoltaico, in particolare, ha vissuto un anno eccezionale, con una crescita del 20% rispetto al 2024 grazie a un’annata particolarmente soleggiata.
In Germania il 2025 ha segnato un record assoluto: la produzione fotovoltaica ha superato per la prima volta quella da metano, rafforzando ulteriormente il ruolo delle rinnovabili. Il sorpasso delle rinnovabili sui combustibili fossili a livello nazionale era già avvenuto nel 2024.
In Italia il punto di svolta non è ancora stato raggiunto, complice il persistente ricorso al metano, ma il trend delle rinnovabili continua a essere positivo. Il solare ha registrato un nuovo massimo storico di 44 TWh, con un picco di 5,7 TWh nel solo mese di giugno (+35,6% rispetto a giugno 2024).
La Germania è tra i Paesi europei con il salario minimo più elevato. All’inizio del 2026 la retribuzione minima oraria ha raggiunto i 13,90 euro lordi, con un aumento di oltre il 60% rispetto all’introduzione della misura nel 2015. Il governo federale ha inoltre annunciato ulteriori rialzi per il 2027.
Ma quanti sono i lavoratori che dipendono dal salario minimo? E in quali settori si concentrano?
Chi percepisce il salario minimo?
Secondo le stime più recenti, circa 6,9 milioni di lavoratori, pari al 17% dei rapporti di lavoro, sono pagati al livello minimo salariale. La maggior parte è impiegata in attività del terziario a bassa remunerazione, in particolare:
Il fenomeno riguarda soprattutto le donne e i residenti della Germania orientale, aree tradizionalmente caratterizzate da retribuzioni più basse.
Il ruolo dei Minijobs
Parlando di lavoro a basso reddito, in Germania è impossibile ignorare i Minijobs. Si tratta di una forma contrattuale molto diffusa, caratterizzata da un reddito mensile limitato, dal 2026 massimo 603 euro al mese, e da una tassazione ridotta.
I minijobs sono pensati per attività flessibili e di breve durata, spesso svolte da:
Secondo i dati della Minijob-Zentrale, i minijobber attivi erano così suddivisi:
Interessante anche il dato anagrafico: il 63,4% dei minijobber ha meno di 25 anni.
I contratti collettivi (Tarifverträge) vengono negoziati tra sindacati e datori di lavoro. Regolano aspetti cruciali: livelli salariali, orari di lavoro, ferie e altri diritti.
A differenza dell’Italia, dove i CCNL coprono praticamente tutte le aziende del settore, in Germania l’applicazione dei contratti collettivi non è obbligatoria. Ne consegue una forte differenza nei tassi di copertura:
Il dato tedesco mostra inoltre una progressiva erosione della copertura contrattuale: nel 1998 era del 68% per i contratti settoriali e dell’8% per quelli aziendali (dati: Statistisches Bundesamt).
La copertura contrattuale varia però enormemente da settore a settore:
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))
Il settore turistico europeo continua il suo percorso di crescita. Nel 2025, Italia e Germania hanno registrato nuovamente un alto numero di pernottamenti, sottolineando così l’importanza economica del settore per l’occupazione e la creazione di valore regionale.
Allo stesso tempo, la cucina e la gastronomia stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante come motivazione di viaggio. Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO ne rafforza ulteriormente il prestigio internazionale.
Turismo in Italia
Nel 2025 l’Italia ha raggiunto complessivamente 146,3 milioni di arrivi e 479,3 milioni di pernottamenti (+2,3%), registrando il valore più alto in Europa. Oltre il 55% dei visitatori proveniva dall’estero, contribuendo in maniera significativa alla creazione di valore dell’economia turistica per oltre 60 miliardi di euro. I visitatori internazionali restano il principale motore di crescita, con una durata media del soggiorno di circa 3,6 notti (5,03 notti nelle strutture extralberghiere) e una spesa di circa 930 € a persona.
Nell’estate 2025 le presenze straniere sono aumentate dell’8,3%, così che il 54,7% di tutti i pernottamenti estivi è stato generato da ospiti internazionali. L’occupazione rilevata tramite piattaforme online si è attestata al 39,1%, posizionando l’Italia davanti a Spagna, Grecia e Francia nel confronto europeo. Le principali motivazioni di viaggio sono state il mare, seguito dalle regioni montane, i viaggi nelle città d’arte e culturali, nonché i borghi storici e le destinazioni rurali.
Turismo in Germania
La Germania ha registrato nel 2025 complessivamente 497,5 milioni di pernottamenti (+0,3%), raggiungendo così un nuovo livello record. 413,7 milioni di pernottamenti sono stati effettuati da ospiti nazionali (+0,7%), mentre 83,8 milioni da ospiti stranieri (–1,8% rispetto all’anno precedente, influenzato dal Campionato Europeo di calcio). La quota degli ospiti internazionali si è attestata al 16,8%.
Per quanto riguarda le tipologie di alloggio, si è registrata una lieve diminuzione dell’hotellerie (–0,4%), uno sviluppo quasi stabile nelle strutture di vacanza (+0,2%) e una crescita significativa del segmento campeggio (+4,2%).
Cambiamento della domanda e nuove destinazioni
Per il 2026 si delineano nel settore turistico europeo nuovi modelli di domanda. Sostenibilità, benessere e incontri autentici assumono sempre maggiore importanza, mentre i viaggiatori preferiscono destinazioni meno conosciute per evitare consapevolmente l’overtourism. Ciò apre nuove opportunità soprattutto per regioni con una forte identità culturale e culinaria.
La Germania ricopre un ruolo centrale: con 497,5 milioni di pernottamenti è uno dei mercati turistici più grandi d’Europa ed è con il 19,9% il principale mercato di origine dei visitatori stranieri in Italia. Il 45% dei tedeschi considera l’offerta gastronomica nella scelta della destinazione; paesaggi, attrazioni e prodotti enogastronomici regionali rientrano tra le tre esperienze di viaggio più importanti.
Nel complesso, ciò indica un cambiamento strutturale: dal prodotto standardizzato verso formati personalizzati, sostenibili e radicati nel territorio, caratterizzati da un maggiore valore aggiunto.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))