Giovedì 19 Marzo 2026
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Lo indica il progetto di analisi dei dati l’Indice di Prosperità della Cechia.
L’indice ha valutato lo sviluppo delle economie dell’Unione Europea sulla base di dieci indicatori statistici. In questa classifica la Repubblica Ceca occupa l’ottavo posto con un miglioramento rispetto alle edizioni precedenti. In vetta alla classifica ci sono la Svezia e la Danimarca, in fondo ci sono la Grecia e la Polonia.
Lo indicano i dati provvisori dell’agenzia statale CzechTourism.
La spesa dei visitatori italiani per i viaggi in Repubblica Ceca ha raggiunto lo scorso anno secondo CzechTourism i 5,1 miliardi di corone con uno share complessivo del cinque percento. Si tratta del quinto dato più alto dopo la Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Polonia. Per quanto riguarda solo il soggiorno nel paese i visitatori italiani hanno speso 2,5 miliardi di corone con uno share del sei percento. Si tratta del quarto dato più alto.
Lo indica l’Ufficio di Statistica Ceco.
In febbraio l’indice di fiducia delle imprese è aumentato rispetto a gennaio di 1,2 punti a 99,8 punti, Particolarmente forte è stata la crescita nell’industria con un aumento dell’indice di 5,5 punti. “Le attese circa l’evoluzione dei ritmi di crescita delle attività produttive sono aumentate notevolmente dopo tre mesi di calo” ha indicato l’ufficio di statistica.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
Il futuro del sistema produttivo tedesco si gioca oggi su un terreno nuovo: una trasformazione demografica che costringe a rivedere radicalmente le modalità di incontro tra le necessità delle aziende e il numero calante di lavoratori disponibili. Non si tratta di una semplice carenza di personale, ma di un mutamento strutturale della forza lavoro che incide direttamente sul potenziale di crescita del Paese. È una dinamica emersa con chiarezza dalle analisi del Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali (BMAS), secondo cui il calo demografico condizionerà in questi anni la stabilità occupazionale, almeno fino al 2029. Sul lungo periodo lo scenario non appare più disteso: la Fondazione Bertelsmann stima infatti che, senza interventi correttivi, il numero di occupati potenziali scenderà dai 46,4 milioni attuali a circa 41,9 milioni entro il 2040. Ma la pressione si avverte già nel quotidiano delle imprese: nonostante il rallentamento economico possa offrire una tregua temporanea, il dato strutturale resta critico: il rapporto DIHK 2025-2026 segnala infatti che oltre un terzo delle aziende ha difficoltà a coprire le posizioni vacanti, con picchi di criticità che superano il 60% nelle costruzioni e nei servizi sociali.
In questo contesto di erosione interna, l’analisi del DIW Berlin evidenzia come l’occupazione sia ormai sostenuta quasi esclusivamente dall'immigrazione netta. I numeri indicano una necessità precisa: per mantenere la crescita economica in linea con i livelli storici, la Germania avrebbe bisogno di un afflusso annuo di circa 288.000 lavoratori qualificati da qui al 2040. Senza questo innesto, il Paese rischierebbe una fase di stasi produttiva che colpirebbe non solo le regioni più povere dell'Est, ma anche i motori industriali del Sud, come Baviera e Baden-Württemberg, con ripercussioni dirette sulle catene di fornitura. A complicare il quadro è il cosiddetto "paradosso dei lavoratori": mentre la digitalizzazione riduce la necessità di alcune figure tradizionali, cresce la richiesta di nuove competenze tecniche difficili da reperire sul mercato interno. Di conseguenza, la riqualificazione e l'attrazione di talenti esteri diventano priorità strategiche per restare competitivi, imponendo alle aziende una gestione del personale più lungimirante e attenta ai mutamenti del mercato.
Per rispondere a questa urgenza, il sistema punta forte sul suo pilastro storico: le qualifiche professionali duali. Questo modello, che alterna lo studio teorico all’addestramento pratico in azienda, resta il punto di riferimento per garantire abilità certificate e subito operative. Ed è proprio per allineare l'offerta internazionale a questi standard che la Germania ha messo mano al Fachkräfteeinwanderungsgesetz: la nuova legge semplifica il riconoscimento dei titoli esteri e permette a chi arriva da fuori di completare la propria formazione direttamente sul territorio. Tra le novità più rilevanti, oltre alla "Chancenkarte" a punti per chi cerca lavoro, spicca l'aggiornamento della Blaukarte EU. Dal 1° gennaio 2026, i requisiti salariali sono stati adeguati a 48.300 euro lordi annui per le professioni generali e a 45.934 euro per i profili più rari. Inoltre, le aziende hanno ora l’obbligo di fornire ai nuovi assunti da Paesi terzi documentazione specifica sui diritti lavorativi tramite i servizi "Faire Integration", un passo necessario per garantire trasparenza e una reale inclusione professionale.
Guardando al futuro, la stabilità dell'industria tedesca dipenderà sempre di più dalla sua capacità di aprirsi alla manodopera estera, il cui contributo al PIL nazionale supera già i 700 miliardi di euro. Per le imprese, questo significa navigare in un quadro normativo in continua evoluzione, dove la digitalizzazione dei visti e lo snellimento della burocrazia restano obiettivi centrali per non perdere attrattività nel panorama globale. In ultima analisi, la partita della continuità produttiva si vincerà sulla capacità di integrare nuovi profili tecnici di alto livello e di proteggere quel sistema di formazione che, da decenni, è il vero motore dell'innovazione tedesca.
Fonti
(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio Italo Tedesca - ITALCAM)
Negli ultimi anni la Svezia ha investito ingenti somme per sviluppare una rete di stazioni di ricarica dedicate ai trasporti pesanti, con l’obiettivo di accelerare la transizione verso una logistica a basse emissioni. Tuttavia, il progetto rischia di scontrarsi con una realtà economica difficile: troppe colonnine di ricarica restano inutilizzate, mentre i costi dell’elettricità e le tariffe di potenza rendono l’operazione poco sostenibile per gli operatori.
Dal 2022 l’Agenzia svedese per l’energia ha distribuito circa 2,4 miliardi di corone (circa 225 milioni di euro) per sostenere la costruzione di infrastrutture di ricarica per i camion elettrici. Finora sono state realizzate 146 stazioni pubbliche, 35 destinate alla cosiddetta destinationsladdning (ricarica durante le soste prolungate, ad esempio nei depositi), e 6 stazioni per l’idrogeno. Altre 250 installazioni dovrebbero essere completate entro il 2028, in linea con l’obiettivo nazionale di garantire punti di ricarica ogni dieci chilometri sulle principali arterie stradali.
Nonostante le buone intenzioni, la realtà appare più complessa. Il numero di camion elettrici in circolazione cresce troppo lentamente: secondo le previsioni di Mobility Sweden, solo un mezzo pesante su cinque venduto nel 2030 sarà elettrico, ben al di sotto delle stime iniziali del 2020, che ipotizzavano una quota compresa tra il 30 e il 50 per cento. Il rischio, avvertono gli operatori, è che molti investimenti si trasformino in operazioni in perdita.
Skellefteå Kraft, in collaborazione con OKQ8, è tra le aziende che più lanciano l’allarme. La compagnia, che ha ricevuto circa 200 milioni di corone (18,7 milioni di euro) di contributi pubblici per l’espansione della rete di ricarica e la costruzione di cinque stazioni a idrogeno, denuncia una situazione insostenibile: le stazioni restano vuote, ma i costi fissi continuano a maturare. «Ogni chilowattora che vendiamo oggi lo facciamo praticamente in perdita, perché i costi di potenza superano i ricavi», spiega Robert Andersson, responsabile per l’e-mobility dell’azienda.
Il problema principale è rappresentato dalle cosiddette effektavgifter, le tariffe legate alle potenze di picco richieste alla rete. Per una stazione di ricarica rapida con due colonnine, la bolletta può superare le 600.000 corone all’anno (circa 60 mila euro), indipendentemente dal numero di veicoli serviti. «Con tariffe di questo tipo, la ricarica dei camion rischia di non essere mai redditizia», sottolinea anche Tobias Henmark, responsabile della mobilità elettrica di Preem.
Anche Circle K, altro grande attore del settore, conferma la difficoltà di mantenere un equilibrio economico, soprattutto ora che le nuove gare impongono requisiti di potenza ancora più elevati. Per le aziende più piccole, il rischio di non sopravvivere dopo il periodo minimo di cinque anni di esercizio obbligatorio appare concreto.
Diverse voci nel settore chiedono dunque nuovi incentivi per stimolare la diffusione dei mezzi elettrici pesanti. Secondo Oscar Hyléen, direttore di Sveriges Åkeriföretag, «serve un sostegno concreto per chi sceglie il trasporto elettrico e una revisione delle tariffe energetiche per adattarle alle caratteristiche del settore».
Il governo svedese, dal canto suo, ricorda di aver già rafforzato il bonus ambientale per l’acquisto di camion elettrici e sottolinea di voler rendere più flessibile l’utilizzo dei veicoli, ad esempio permettendo la circolazione notturna dei mezzi elettrici nelle aree urbane. Misure che, seppur positive, difficilmente basteranno da sole a evitare che molte stazioni di ricarica rimangano cattedrali nel deserto.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)
La partenza alla volta di Singapore è per martedì mattina, 24 febbraio. Il viceministro ai Trasporti, Edoardo Rixi, il presidente dei porti di Genova e Savona, Matteo Paroli, e il presidente di Psa Italy, Roberto Ferrari, voleranno nella città-Stato orientale per benedire l’avvio di un investimento da 1 miliardo di dollari del colosso terminalistico Psa nel terminal che controlla a Genova Pra’. Un piano lanciato quasi due anni fa per la semi-automatizzazione e l’efficientamento del terminal container, e rimasto impantanato in un limbo a causa delle vicende legate al lungo commissariamento dell’Autorità portuale genovese. Di fatto, nonostante Psa avesse proposto su Genova uno dei più grossi investimenti privati (oltretutto estero) in Italia, il gruppo di Singapore non aveva ricevuto alcun tipo di risposta, se non un’imbarazzata (e imbarazzante) interlocuzione dilatoria.
La missione di domani dovrebbe ora tradursi in un “Mou” (memorandum of understanding, ossia memorandum d’intesa) che consentirebbe di entrare nel merito della proposta di investimento di Psa, a fronte dell’allungamento dell’attuale concessione a Pra’ di 10 anni. Fondamentale, per Singapore, la presenza come garante dell’impegno dello Stato di un esponente del governo italiano.
Non si parlerà esplicitamente, nè potrebbe essere altrimenti in un Mou, di una eventuale rinuncia di Psa Italia alle richieste risarcitorie nei confronti dell’Autorità portuale (stimate in 60 milioni) ancora legate al danno patito dall’altro terminal operato da Psa a Genova, ossia il Sech di Sampierdarena, per la concorrenza del terminal Gpt del gruppo Spinelli negli anni in cui quest’ultimo non ha ottemperato ai dettami del Piano regolatore portuale sui volumi di traffico container gestito.
A Singapore Rixi, Paroli e Ferrari parteciperanno alla firma del memorandum sugli investimenti a Pra’. Il viceministro italiano avrà un summit con il ministro dei Trasporti, Murali Pillai, visiterà quindi il Porto di Tuas e incontrerà i vertici di Maritime and Port Authority of Singapore (Mpa) e quelli di azienda trasporti Sbs Transit, Keppel Infrastructures, Changi Airport. Infine è previsto un incontro con aziende italiane del comitato shipping della Camera di Commercio italiana a Singapore.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Singapore)
La Bank of Thailand (BOT) ha introdotto nuove misure normative sul trading online dell’oro pagato in baht thailandese, con l’obiettivo di aumentare la trasparenza nelle transazioni di grande valore e stabilizzare il baht thailandese. Le regole entreranno in vigore dal 1° marzo 2026.
Le nuove norme si concentrano su controlli sui volumi di transazione e sulla conformità degli scambi; in particolare:
La banca centrale ha dichiarato che lo scopo principale è ridurre la volatilità del baht, spesso influenzato da grandi movimenti legati all’oro, e portare il mercato del trading dell’oro più in linea con gli standard internazionali.
Queste regole sono dirette ai clienti individuali; non avranno impatti sulle imprese commerciali dell’oro o sul settore manifatturiero. Le persone che fanno transazioni inferiori ai 50 milioni di baht continueranno a operare senza restrizioni aggiuntive.
La Banca Mondiale ha messo in guardia la Thailandia su potenziali crisi legate al mercato del lavoro, raccomandando investimenti nella formazione sulle competenze digitali e sull’intelligenza artificiale (AI).
Durante il seminario “Thailand Economic Drives 2026” organizzato da Post Today il 24 febbraio 2026, Melinda Good, Direttrice per Thailandia e Myanmar della Banca Mondiale, ha descritto le condizioni economiche globali come una “forte tempesta” che però ha mostrato resilienza con una crescita media dell’economia mondiale del 2,7%, superiore alle previsioni.
Ciononostante, ci sono preoccupazioni significative per il futuro del lavoro in Thailandia, soprattutto per lo squilibrio tra competenze dei lavoratori e necessità del mercato, aggravato da una popolazione che invecchia rapidamente. Le proiezioni indicano che, nel prossimo decennio, 1,2 miliardi di giovani entreranno nel mercato del lavoro globale, ma solo 400 milioni di posti saranno disponibili; nel contempo, in Thailandia il rapporto tra lavoratori e persone in pensione potrebbe arrivare a 1:2.
Per affrontare questa sfida, Good ha sottolineato la necessità di creare un “ponte di competenze” per aiutare la forza lavoro ad acquisire abilità digitali e tecnologiche avanzate, compresa l’AI. Secondo la Banca Mondiale, sviluppare tali competenze potrebbe aumentare il PIL thailandese fino al 20%.
Principali tendenze globali e raccomandazioni
Good ha evidenziato varie tendenze globali e come potrebbero influenzare la Thailandia:
Settori chiave per la crescita economica futura
La Banca Mondiale ha identificato cinque settori cruciali nei quali la Thailandia potrebbe concentrarsi per incrementare la crescita e superare la trappola dell’economia a medio reddito:
CP Axtra, l’unità retail del gruppo thailandese Charoen Pokphand (CP) guidato dalla famiglia Chearavanont, ha annunciato che investirà circa 18 miliardi di baht (circa 578 milioni di dollari) nel 2026 per espandere la propria rete di negozi in tutto il Sud-Est asiatico.
L’obiettivo è sfruttare la crescente domanda dei consumatori nella regione, nonostante il rallentamento dei consumi interni in Thailandia. Secondo la presentazione degli utili, CP Axtra prevede di aprire un totale di 110 nuovi punti vendita tra Thailandia, Malesia e Filippine, dove ha stretto una partnership con Ayala Corporation, uno dei più antichi conglomerati del paese.
In una dichiarazione separata, l’azienda ha affermato che nel 2026 punta a continuare la crescita dei ricavi sia a livello nazionale che internazionale, rafforzando l’attività sotto tutti gli aspetti.
CP Axtra gestisce sia la catena all’ingrosso Makro sia la catena di supermercati Lotus’s. Nel 2025, l’azienda ha aperto 131 nuovi negozi; questo ha contribuito a far crescere i ricavi del 1,7% raggiungendo 520,7 miliardi di baht, mentre l’utile netto però è calato dell’11,5% a 9,4 miliardi di baht a causa della pressione sui margini derivante dalla concorrenza nel settore retail e dall’indebolimento della spesa dei consumatori, oltre all’impatto dei disordini al confine con la Cambogia.
Fondata nel 1988, l’azienda contava 2.678 punti vendita nel 2025, inclusi 80 punti in Sud-Est asiatico e in India. CP Group è uno dei maggiori gruppi produttivi al mondo nell’alimentare, con interessi in vari settori come l’allevamento, l’alimentazione animale, le assicurazioni e le telecomunicazioni.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
L’inizio del 2026 conferma una tendenza ormai evidente: il Brasile sta vivendo una nuova stagione di attrattività internazionale, sostenuta da una combinazione di fattori economici, geopolitici e di posizionamento turistico che stanno ridisegnando il ruolo del Paese nei flussi globali di viaggio. Solo nel mese di gennaio sono entrati nel territorio nazionale 1.401.476 visitatori stranieri, un risultato che rappresenta il terzo miglior dato storico per il periodo e che, pur registrando una lieve flessione rispetto allo stesso mese del 2025, rimane significativamente superiore ai livelli pre-pandemici e del 2024. Si tratta di numeri che confermano la resilienza della domanda internazionale verso il mercato brasiliano e che rafforzano la percezione del turismo come uno dei motori più dinamici dell’economia nazionale.
Uno degli elementi più interessanti dell’analisi riguarda la composizione geografica dei flussi. Se da un lato si osserva una moderata riduzione degli arrivi provenienti dagli Stati Uniti, dall’altro emerge con forza la crescita del mercato europeo, che registra un aumento del 19% rispetto all’anno precedente. Paesi come Portogallo, Spagna, Francia, Germania e Paesi Bassi mostrano incrementi rilevanti, segnale di un rinnovato interesse verso il Brasile come destinazione sia leisure sia culturale. Ancora più sorprendente è l’espansione del mercato cinese, con una crescita percentuale particolarmente elevata, che testimonia il potenziale ancora inesplorato dell’Asia per il turismo brasiliano e suggerisce opportunità strategiche per investimenti futuri nella promozione e nella connettività aerea.
Il dato di gennaio assume un significato ancora più ampio se inserito in una prospettiva temporale più lunga. Il 2025 si era già chiuso con un record storico di circa 9,3 milioni di visitatori internazionali, risultato che aveva consolidato il Brasile tra le destinazioni emergenti più dinamiche a livello globale. Il mantenimento di volumi elevati anche all’inizio del 2026 indica che non si tratta di un fenomeno episodico, ma di una tendenza strutturale sostenuta da politiche pubbliche, strategie di promozione internazionale e dall’espansione delle rotte aeree.
Dal punto di vista economico, il turismo internazionale rappresenta una leva di sviluppo sempre più rilevante. Oltre all’impatto diretto su hotel, ristorazione e servizi, la crescita dei flussi genera effetti moltiplicatori su occupazione, investimenti infrastrutturali e attrazione di capitali esteri. Negli ultimi anni, la spesa dei visitatori stranieri ha raggiunto livelli record, confermando il potenziale del settore come fonte di valuta e come strumento di diversificazione economica, particolarmente importante in un Paese tradizionalmente dipendente dalle esportazioni di materie prime.
In questo scenario, il turismo assume anche una dimensione geopolitica. Il rafforzamento dell’immagine internazionale del Brasile, favorito da grandi eventi culturali, dalla valorizzazione del patrimonio naturale e dalla crescente attenzione globale verso destinazioni sostenibili, contribuisce a posizionare il Paese come hub turistico dell’America Latina. La combinazione tra biodiversità, cultura e dimensione territoriale continua infatti a rappresentare un vantaggio competitivo difficilmente replicabile da altri mercati concorrenti.
Guardando al futuro, la sfida principale sarà trasformare la crescita quantitativa in valore qualitativo, aumentando la permanenza media dei visitatori, la spesa pro capite e la distribuzione territoriale dei benefici economici. Ciò richiederà investimenti in infrastrutture, innovazione digitale, sostenibilità e formazione professionale, elementi essenziali per consolidare il posizionamento del Brasile nel turismo globale ad alto valore aggiunto.
Se i dati di gennaio rappresentano un indicatore anticipatore dell’anno, il 2026 potrebbe confermare il consolidamento di un ciclo virtuoso iniziato nel periodo post-pandemico. In un contesto internazionale caratterizzato da instabilità economica e tensioni geopolitiche, la capacità del Brasile di attrarre oltre un milione e quattrocentomila visitatori in un solo mese non è soltanto un risultato statistico, ma il segnale di una rinnovata centralità del Paese nelle dinamiche globali della mobilità e dei consumi esperienziali.
Fonte: Embratur
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Moldova, maxi-incentivi fino al 75% per attrarre investimenti esteri: opportunità concrete per le imprese italiane. Chisinau punta sull’industria e apre alle aziende europee con contributi a fondo perduto, forti agevolazioni fiscali e accesso facilitato al mercato UE.
La Repubblica di Moldova lancia un piano di incentivi tra i più competitivi dell’Europa orientale per attrarre investimenti industriali esteri, con condizioni particolarmente favorevoli anche per le imprese italiane interessate a espandersi nella regione. Il nuovo schema di aiuti di Stato prevede sostegni fino al 60% dei costi ammissibili per grandi imprese e fino al 75% per piccole e medie aziende, combinando contributi diretti e importanti agevolazioni fiscali. L’investimento minimo richiesto è pari a circa 500.000 euro, soglia che rende la misura accessibile anche a realtà manifatturiere di medie dimensioni.
Settori strategici
Il programma è rivolto in particolare a investimenti nei comparti:
L’obiettivo del governo moldavo è rafforzare la capacità produttiva nazionale e aumentare il valore aggiunto delle esportazioni verso l’Unione Europea, nell’ambito del percorso di progressiva integrazione economica con Bruxelles.
Perché interessa alle imprese italiane
L’Italia è già tra i principali partner commerciali della Moldova, con oltre un migliaio di aziende a capitale italiano attive nel Paese. Il nuovo pacchetto di incentivi offre la possibilità di:
In un contesto europeo segnato da costi energetici elevati e crescente pressione competitiva, la Moldova si propone dunque come hub logistico ed industriale emergente nell’Europa orientale, con un quadro normativo sempre più allineato agli standard comunitari.
Per le imprese italiane alla ricerca di nuovi mercati o soluzioni produttive alternative, si tratta di un’opportunità da valutare attentamente nei prossimi mesi.
La Corea del Sud è sotto pressione per accelerare i propri investimenti negli Stati Uniti, in un contesto in cui Washington minaccia di aumentare i dazi sulle merci coreane, accusando Seoul di lentezza negli impegni. Questa pressione è aumentata dopo che gli Stati Uniti e il Giappone hanno annunciato la prima tranche di progetti beneficiari dell'investimento promesso da Tokyo di 550 miliardi di dollari. Tuttavia, gli accordi di memorandum d'intesa (MOU) tra Corea del Sud e Stati Uniti presentano differenze significative rispetto a quelli tra Giappone e Stati Uniti, in particolare per quanto riguarda le tempistiche di completamento degli investimenti. Mentre il Giappone ha negoziato duramente per garantire la ragionevolezza commerciale dei progetti, la Corea del Sud ha maggiore flessibilità temporale e dovrebbe procedere con cautela, concentrandosi sulla fattibilità commerciale. Lo riporta il sito di notizie hani.co.kr. Il Blue House, l'ufficio presidenziale della Corea del Sud, e l'Assemblea Nazionale, il parlamento sudcoreano, stanno lavorando per accelerare la legislazione relativa agli investimenti negli Stati Uniti, ma il paese dovrebbe evitare di farsi influenzare dalla fretta del Giappone e aderire ai propri principi di valutazione commerciale.
Il mercato del cloud pubblico in Corea del Sud sta vivendo una trasformazione, con l'ingresso di giganti tecnologici globali come Microsoft e Google che stanno siglando contratti di servizio. Questo cambiamento segue la riforma del sistema di certificazione di sicurezza cloud (CSAP), che in precedenza aveva posto elevate barriere all'accesso diretto per le aziende straniere. Microsoft Azure ha ottenuto tre contratti lo scorso anno, tra cui quelli con il National Security Research Institute (un istituto di ricerca sulla tecnologia di sicurezza nazionale) e la Sungkyunkwan University (una prestigiosa università privata della Corea del Sud), mentre Google Cloud ha siglato un accordo con la Taebaek City Facilities Management Corporation (un'azienda pubblica che gestisce le strutture della città di Taebaek). Tali sviluppi segnano un passaggio da un mercato storicamente dominato da fornitori nazionali come Naver Cloud, KT Cloud e NHN Cloud a un ambiente più competitivo. L'ulteriore accelerazione dell'ingresso dei servizi cloud stranieri è attesa con la discussione sull'unificazione del sistema di sicurezza cloud pubblico sotto il National Intelligence Service (la principale agenzia di intelligence della Corea del Sud), intensificando la competizione su prezzo, tecnologia e integrazione dei servizi di intelligenza artificiale.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
Il gruppo italiano SDF (Same Deutz-Fahr), tra i principali produttori mondiali di macchine agricole, ha scelto di concentrare in Argentina la propria strategia per l’America Latina, individuando nel Paese il mercato con il maggiore potenziale di crescita per la meccanizzazione agricola. La decisione è stata confermata dalla visita a Buenos Aires dell’amministratore delegato globale Lodovico Bussolati, che ha guidato l’incontro regionale con la rete dei concessionari e sancito il passaggio da una fase di presenza prudente a una strategia di espansione.
Secondo il management del gruppo, l’Argentina sta attraversando una fase di maggiore apertura economica e di ritrovata prevedibilità, elementi che consentono alle imprese internazionali di pianificare investimenti e attività di lungo periodo. In particolare, la riduzione delle restrizioni alle importazioni ha creato condizioni di mercato più equilibrate, rendendo possibile competere sulla base della qualità e delle prestazioni dei prodotti.
Per l’Argentina, la scelta di SDF costituisce un chiaro segnale di fiducia da parte dell’industria italiana e internazionale. Per l’Italia, l’iniziativa rafforza la visibilità e il posizionamento del Made in Italy industriale in un comparto strategico come quello agricolo e consolida il ruolo delle imprese italiane come partner tecnologici di riferimento per lo sviluppo dell’agroindustria argentina e latinoamericana. Nel complesso, la decisione di SDF conferma come stabilità, apertura dei mercati e regole chiare possano trasformare l’Argentina in un polo attrattivo per gli investimenti, generando benefici concreti per entrambe le economie.
La compagnia energetica italiana Eni, l'argentina YPF e XRG, società internazionale di investimenti energetici, hanno firmato un accordo per sviluppare insieme il progetto Argentina LNG, dedicato alla produzione e alla trasformazione del gas naturale in forma liquida per l’esportazione verso i mercati internazionali.
Il progetto prevede la realizzazione di grandi impianti galleggianti che permetteranno di convertire il gas naturale argentino in gas liquefatto, rendendone possibile il trasporto via nave. Questo accordo serve all’Argentina per valorizzare in modo concreto le proprie risorse energetiche, in particolare quelle provenienti dal sito di Vaca Muerta, aumentando le esportazioni, generando entrate in valuta estera, creando occupazione qualificata e rafforzando la propria posizione come fornitore affidabile di energia a livello globale.
Nel complesso, Argentina LNG rappresenta un esempio concreto di cooperazione internazionale nel settore dell’energia, capace di generare benefici reciproci: sviluppo economico e maggiore stabilità per l’Argentina, nuove opportunità industriali e strategiche per l’Italia, e un contributo a un sistema energetico globale più solido e diversificato.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)
A sorpresa l’economia thailandese ha iniziato il 2026 con un balzo vivace delle vendite sui mercati esteri: le esportazioni di gennaio sono cresciute del 24,4 % su base annua, molto più di quanto gli economisti avevano previsto nei sondaggi di mercato e segnando un ritmo di espansione superiore a qualsiasi aspettativa a inizio anno. Secondo i dati ufficiali, il valore complessivo delle merci esportate ha superato i 31 miliardi di dollari, sostenuto principalmente dalla forte domanda globale di prodotti elettronici, componenti industriali e beni tecnologici collegati alla digitalizzazione e all’adozione dell’intelligenza artificiale. Questo risultato rappresenta un segnale di resilienza per il settore export thailandese dopo mesi di incertezze legate anche a nuove tensioni tariffarie a livello internazionale — un tema che resta sotto stretta osservazione degli analisti.
Parallelamente all’impennata delle esportazioni, anche le importazioni sono aumentate rapidamente (+29,4 % su base annua), contribuendo a far crescere il deficit commerciale mensile a circa 3,3 miliardi di dollari, più ampio di quanto stimato dagli operatori. L’accelerazione delle importazioni riflette un’intensa attività produttiva interna e l’acquisto di beni intermedi dall’estero, ma al tempo stesso alimenta dubbi sulla sostenibilità di un saldo estero positivo nel breve periodo. Le autorità economiche thailandesi hanno sottolineato l’importanza di monitorare l’evoluzione dei tassi di cambio e le dinamiche della domanda globale per mantenere la competitività delle esportazioni, in un contesto internazionale ancora incerto e segnato da pressioni protezionistiche e oscillazioni nei flussi commerciali.
La recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti sull’uso dei poteri presidenziali per imporre tariffe commerciali ha dato alla Thailandia un “lieve sollievo” rispetto alle dure misure tariffarie introdotte negli ultimi mesi, ma gli esperti avvertono che la sfida non è finita e che l’incertezza commerciale rimane alta per il settore export del Paese.
La Corte Suprema americana ha stabilito che il presidente non possiede l’autorità, secondo la legge sulle emergenze economiche (IEEPA), di imporre dazi punitivi su larga scala senza un mandato esplicito del Congresso. Questo ha portato all’annullamento di una parte dei dazi più aggressivi che avrebbero potuto influenzare pesantemente le esportazioni thailandesi verso gli Stati Uniti.
Secondo analisti e autorità economiche, questa decisione offre un sollievo immediato alle imprese thailandesi e riduce parte dell’incertezza normativa che aleggiava sul mercato, permettendo alle esportazioni di pianificare con maggiore chiarezza nel breve periodo.
Nonostante il sollievo iniziale, la situazione commerciale tra Thailandia e Stati Uniti resta complessa. Poco dopo la sentenza, l’amministrazione statunitense ha annunciato l’applicazione di una tariffa globale del 10 % su tutte le importazioni per un periodo di 150 giorni come strumento alternativo per compensare l’eliminazione dei dazi precedenti.
Ciò significa che, pur non potendo più applicare i dazi “reciproci” più pesanti, gli Stati Uniti possono comunque imporre nuove tariffe che aumentano i costi d’ingresso per le merci thailandesi sul mercato americano.
La Federazione dell’Industria Thai (FTI) ha sottolineato che questa tariffa globale del 10 % colpisce diversi settori chiave dell’export thailandese — in particolare elettronica, componenti per veicoli e pneumatici — e può erodere la competitività dei prodotti thailandesi negli USA.
In certe categorie industriali, come pneumatici e parti automobilistiche, questa nuova tariffa si somma ai dazi antidumping già esistenti, rendendo i prodotti ancora più costosi e meno attraenti per i compratori statunitensi.
Il Ministero del Commercio della Thailandia e le principali associazioni commerciali hanno subito fatto sapere che stanno monitorando la situazione da vicino e preparando strategie per fronteggiare la nuova fase delle politiche tariffarie statunitensi. Ciò include lo studio di possibili negoziati commerciali e la valutazione di come evitare un impatto troppo gravoso sulle imprese thai.
In particolare, le autorità thailandesi intendono intensificare le discussioni bilaterali con Washington per cercare soluzioni che tutelino l’accesso dei prodotti thailandesi al mercato USA e riducano le barriere tariffarie, soprattutto per i settori a maggior valore aggiunto.
Gli economisti sottolineano che, sebbene la sentenza della Corte Suprema abbia eliminato alcune misure più aggressive, la guerra commerciale globale non è finita. Gli Stati Uniti dispongono infatti di altri strumenti legali, come dazi legati alla “sicurezza nazionale” o indagini su pratiche commerciali ritenute sleali, che possono tornare ad influenzare l’economia thailandese in futuro.
Inoltre, il possibile rimborso delle somme già riscosse come dazi sotto l’IEEPA potrebbe prolungare le incertezze per anni mentre il sistema giudiziario e amministrativo statunitense stabilisce come gestire tali rimborsi.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)