Notizie mercati esteri

Lunedì 16 Febbraio 2026

Notizie dai mercati esteri - Repubblica Ceca

La Borsa di Praga ha raggiunto il suo nuovo record

L'indice della Borsa di Praga ha raggiunto mercoledì il suo nuovo record. Lo indicano i dati della Borsa.

L'indice ha per la prima volta superato la quota di 2800 punti salendo a 2804 punti. A trainare il rialzo sono stati soprattutto i titoli della società energetica ČEZ e del settore bancario. Anche il livello degli scambi è stato buono con un volume di 770 milioni di corone. Quasi la metà degli affari ha riguardato la società ČEZ.

La crescita dell’economia ceca sfiorerà il 3% secondo la banca centrale

La crescita dell'economia ceca sfiorerà quest'anno il tre percento. Lo indica la Banca Centrale Ceca.

La banca centrale prevede per quest'anno un aumento del Pil del 2,9%. Un aumento prossimo al tre percento viene previsto dalla Banca Centrale Ceca anche per il 2027. Il cambio della corona dovrebbe rimanere stabile a una media di 24,4 corone per euro nel 2026 e 24,5 corone per euro nel 2027.

Meloni e Babiš vogliono lavorare a un piano d’azione tra l’Italia e la Repubblica Ceca

I premier Giorgia Meloni e Andrej Babiš hanno accordato di preparare un piano d'azione per la cooperazione tra l'Italia e la Repubblica Ceca. Meloni ha ricevuto il premier ceco a Palazzo Chigi mercoledì 4 febbraio.

“Ci siamo accordati che prepareremo un piano d'azione per la cooperazione tra la Repubblica Ceca e l'Italia per il periodo 2026 – 2030” ha detto Babiš dopo l'incontro a Palazzo Chigi. L'obiettivo del nuovo piano sarà secondo il Governo italiano quello di “ottenere risultati concreti nei settori di reciproco interesse come l’energia, le infrastrutture e l’industria della difesa”.

Il commercio Italia – Repubblica Ceca ha superato i 18 miliardi di euro

Il commercio tra l'Italia e la Repubblica Ceca ha superato nel 2025 i 18 miliardi di euro. Lo indicano i dati dell'Ufficio di Statistica Ceco.

Il volume degli scambi è cresciuto in un anno di circa il tre percento a 18,3 miliardi di euro con un aumento simile per le esportazioni italiane in Repubblica Ceca e quelle ceche in Italia. La Repubblica Ceca ha acquistato dall'Italia beni per 8,7 miliardi di euro, mentre le esportazioni ceche in Italia hanno raggiunto il valore di 9,6 miliardi di euro.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

Rimossa la clausola "Made in UE" dall'iperammortamento

Accolto con grande soddisfazione l’annuncio relativo alla modifica dell’iperammortamento, che prevede la rimozione della clausola che limitava il beneficio fiscale ai beni “Made in UE”.

La decisione rappresenta un passo importante che dà maggiore certezza normativa alle imprese italiane; la cancellazione del vincolo territoriale, infatti, elimina un ostacolo che, fino ad oggi, avrebbe potenzialmente penalizzato le filiere produttive e gli approvvigionamenti internazionali extra UE. Le imprese che si riforniscono di macchinari, componentistica o servizi tecnologici da paesi non nell'Unione europea, potranno ora valutare investimenti con maggiore tranquillità la pianificazione sapendo che l’agevolazione fiscale potrà essere riconosciuta anche per forniture provenienti, ad esempio, dalla Svizzera.

Opportunità concrete per le imprese italiane

  • Accesso a tecnologie e fornitori svizzeri: la Svizzera è un mercato vicino, inglobato geograficamente nell'Unione Europea, stabile e tecnologicamente avanzato. La modifica normativa annunciata dal Viceministro dell'economia Maurizio Leo, faciliterà l’acquisto di beni e servizi svizzeri senza perdere i benefici fiscali.
  • Partnership industriali e R&D: si aprono margini più ampi per contratti di sviluppo congiunto, joint‑venture e accordi di subfornitura con partner elvetici.
  • Pianificazione degli investimenti: le imprese possono integrare forniture extra‑UE nei piani industriali, migliorando competitività e sostenibilità degli investimenti.

Raccomandazioni pratiche per gli imprenditori

Bisognerà ora attendere il testo definitivo: risulta indispensabile monitorare l’iter legislativo e le circolari attuative per conoscere i dettagli operativi e le tempistiche. Potrebbero anche essere da rivedere le strategie di procurement per valutare fornitori svizzeri quando strategicamente vantaggiosi, anche in ottica di riduzione dei costi logistici e di qualità tecnologica. Non ultimo sarà indispensabile ora consultare esperti fiscali e doganali come l'ufficio Servizi alle Imprese interno alla CCIS: un vero e proprio tesoro informativo composto da esperti che sanno come applicare correttamnete l’iperammortamento e predisporre la documentazione richiesta.

Un segnale positivo per la collaborazione transfrontaliera

La CCIS interpreta questa modifica come un segnale di apertura che rafforza le già solide relazioni economiche tra Italia e Svizzera. Per le imprese italiane del manifatturiero e dell’industria tecnologica, la Svizzera conferma il suo ruolo di mercato strategico: vicino geograficamente, ricco di competenze e con canali di approvvigionamento che possono integrare e potenziare le filiere italiane.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

Italia–Tunisia: una partnership commerciale strategica che si rafforza nel 2025

Nel 2025, i rapporti commerciali tra Italia e Tunisia confermano una dinamica positiva e strutturata, riflettendo la solidità del partenariato economico tra i due Paesi. L’Italia si conferma secondo partner commerciale della Tunisia, dopo la Francia, con un volume complessivo degli scambi pari a 20.508,4 milioni di dinari tunisini (circa 6,1 miliardi di euro).

Un elemento particolarmente significativo riguarda la bilancia commerciale, che nel 2025 registra un saldo positivo per la Tunisia pari a +608,5 milioni di dinari (circa 180,5 milioni di euro). Il tasso di copertura delle importazioni tramite le esportazioni si avvicina al 106%, segnando un passaggio strutturale verso una relazione commerciale più equilibrata e favorevole all’economia tunisina.

L’Italia, partner chiave della Tunisia nell’Unione europea

L’Italia rimane un partner strategico di primo piano per la Tunisia all’interno dell’Unione europea. Nel 2025, essa rappresenta circa il 23% delle esportazioni tunisine verso l’UE e quasi il 27% delle importazioni tunisine provenienti dall’Unione, confermandosi come uno degli interlocutori economici più rilevanti del Paese.

Tra il 2023 e il 2025, gli scambi bilaterali hanno mostrato un’evoluzione favorevole, accompagnata da un miglioramento progressivo della bilancia commerciale tunisina, che diventa strutturalmente eccedentaria nel 2025. Questa dinamica riflette la crescita delle esportazioni tunisine, sostenuta in particolare da:

  • la forte presenza di investimenti diretti esteri (IDE) italiani in Tunisia;
  • un elevato livello di integrazione industriale, soprattutto nei settori manifatturieri.

In linea con la struttura generale dell’export tunisino — di cui circa il 72% è realizzato dalle industrie offshore — l’Italia mantiene una posizione centrale come partner commerciale, grazie alla densità degli IDE italiani, in particolare nel comparto industriale.

Il rafforzamento delle esportazioni tunisine verso l’Italia è strettamente connesso all’attrattività del Paese per gli investimenti esteri. In questo contesto, una strategia efficace di promozione dell’export non può prescindere da una politica attiva di attrazione degli IDE, che alimentano la capacità produttiva, l’integrazione nelle catene del valore e la competitività delle imprese locali.

Le esportazioni tunisine verso l’Italia si concentrano prevalentemente nei seguenti comparti:

  • Macchine e apparecchi elettrici (SH 85);
  • Abbigliamento e tessile (SH 62 – SH 61);
  • Calzature (SH 64);
  • Grassi, oli e cere (SH 15), in particolare l’olio d’oliva, pilastro storico ma non esclusivo dell’export tunisino;
  • Prodotti energetici grezzi (SH 27).

Le importazioni dalla Penisola confermano invece il ruolo dell’Italia come fornitore strategico di input produttivi, essenziali per il tessuto industriale tunisino:

  • Macchine e apparecchi elettrici (SH 85);
  • Macchine meccaniche e attrezzature industriali (SH 84);
  • Rame e suoi derivati (SH 74);
  • Materie plastiche (SH 39);
  • Pelli e cuoi (SH 41);
  • Cotone (SH 52);
  • Prodotti energetici raffinati (SH 27);
  • Veicoli e componentistica automobilistica (SH 87).

Queste importazioni costituiscono la base della modernizzazione industriale tunisina e rappresentano un supporto indispensabile per filiere chiave quali tessile-abbigliamento, pelle-calzature, cablaggio elettrico e meccanica.

Nel complesso, i dati del 2025 evidenziano una relazione economica matura, interdipendente e orientata alla crescita, in cui commercio e investimenti si rafforzano reciprocamente. Il partenariato italo-tunisino si conferma così come uno dei pilastri della cooperazione economica euromediterranea, con importanti margini di sviluppo nei settori industriali, energetici e ad alto valore aggiunto.

 

Fonti: Dati Istituto Nazionale tunisino delle statistiche www.ins.tn 

 

(Contributo editoriale a cura della  Camera Tuniso-Italiana di Commercio e Industria)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

Linea di credito da 55 M€: uno strumento chiave della cooperazione economica italo-tunisina

La Linea di credito da 55 milioni di euro, attiva da novembre 2024 e finanziata dalla Cooperazione italiana, rappresenta una opportunità concreta e immediatamente operativa per le PMI tunisine interessate a investire in tecnologie, macchinari e beni strumentali di origine italiana.

Questo strumento si inserisce nel quadro del partenariato economico strutturato tra Italia e Tunisia, che da oltre trent’anni sostiene la modernizzazione del tessuto produttivo tunisino attraverso soluzioni finanziarie mirate e ad alto impatto.

La Linea di credito consente alle imprese tunisine di accedere a finanziamenti agevolati dedicati all’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature Made in Italy, riconosciuti a livello internazionale per qualità, affidabilità e contenuto tecnologico. L’obiettivo è accompagnare le imprese in un percorso di upgrade produttivo, miglioramento della competitività e integrazione nelle catene del valore euro-mediterranee.

Attraverso questo meccanismo, le PMI possono:

  • modernizzare i propri processi produttivi;
  • aumentare produttività ed efficienza;
  • migliorare gli standard qualitativi e ambientali;
  • rafforzare il proprio posizionamento sui mercati di esportazione.

La Linea di credito da 55 M€ crea un circolo virtuoso tra domanda e offerta industriale: da un lato, le imprese tunisine accedono a tecnologie avanzate con condizioni finanziarie favorevoli; dall’altro, i fornitori italiani beneficiano di un canale strutturato e sicuro di accesso al mercato tunisino, sostenuto dalla Cooperazione italiana.

L’efficacia di questo strumento è già stata ampiamente dimostrata. La precedente edizione della Linea di credito (73 M€) ha contribuito in modo significativo alla crescita delle importazioni strutturali di beni strumentali dall’Italia, portando, nel biennio 2021–2022, l’Italia a posizionarsi come primo partner commerciale e primo fornitore della Tunisia.

La nuova Linea di credito da 55 milioni di euro si conferma quindi come una leva strategica per l’industrializzazione, l’innovazione e la competitività, rafforzando al contempo il ruolo del Made in Italy come riferimento tecnologico per lo sviluppo delle imprese tunisine.

(Contributo editoriale a cura della  Camera Tuniso-Italiana di Commercio e Industria)

 

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

Notizie dai mercati esteri - Thailandia

Thailandia, la nuova capitale mondiale della bellezza?

Negli ultimi anni la Thailandia si sta imponendo come uno dei centri più dinamici al mondo nel settore della bellezza e del wellness — tanto da essere considerata la possibile prossima capital globale del beauty. Secondo Vogue, il settore estetico thailandese è in piena espansione. Con oltre 6.600 cliniche estetiche registrate, il Paese rappresenta oggi il secondo polo più importante in Asia per medicina estetica, subito dopo la Corea del Sud, e si prevede che il mercato raggiungerà un valore di 7,51 miliardi di dollari entro il 2027.

La Thailandia attrae sempre più pazienti internazionali grazie a un connubio di qualità medica elevata, prezzi competitivi e un approccio legato a salute olistica e benessere. Questo mix rende il Paese un hub per chi cerca trattamenti estetici non solo tecnici, ma integrati in un’esperienza complessiva di benessere. Ma la Thailandia non punta solo sulle cliniche: sta emergendo anche come trendsetter culturale. Celebrità e talenti thailandesi, dalla moda ai social media, stanno conquistando sempre più visibilità internazionale, contribuendo a diffondere quello che Vogue chiama il “T-beauty” — un estetica thailandese che predilige pelle luminosa, make-up soft glam e un approccio al beauty più naturale e luminoso. I consumatori più giovani (in particolare la Generazione Z) stanno inoltre sostenendo marchi locali che combinano ingredienti botanici tradizionali con tecnologie moderne, creando prodotti distintivi e riconoscibili.

Un elemento chiave che distingue la Thailandia è il suo heritage culturale legato al benessere. Le tradizioni wellness buddhiste, le erbe locali e i rituali di cura personale informano l’approccio thailandese alla bellezza, basato su equilibrio, prevenzione e cura interna oltre che esterna. Questa filosofia si riflette non solo nei prodotti, ma anche nell’esperienza dei trattamenti: molte cliniche di fascia alta offrono servizi che somigliano più a percorsi di benessere personalizzati che a semplici procedure mediche.

Nonostante la crescita, la T-beauty deve ancora affrontare alcune sfide importanti prima di raggiungere una diffusione globale paragonabile a quella della K-beauty coreana. In particolare, la presenza dei marchi thailandesi nei mercati occidentali è ancora limitata e spesso frenata da difficoltà di distribuzione e normative diverse. Tuttavia, l’interesse globale verso prodotti più leggeri, naturali e orientati al benessere — insieme alla creatività dei brand thailandesi e alla crescente influenza culturale del Paese — suggerisce che la Thailandia potrebbe davvero consolidarsi come uno dei protagonisti principali nel panorama mondiale della bellezza.

In Thailandia oltre 7.000 negozi di cannabis chiudono per le nuove restrizioni: impatto economico e cambio di rotta normativa

In Thailandia, più di 7.000 negozi che vendevano prodotti a base di cannabis hanno cessato l’attività a causa dell’introduzione di normative più rigide che hanno reso difficile e costoso rispettare i requisiti di legge. Questa drastica riduzione dei punti vendita segna una forte inversione di tendenza rispetto alla liberalizzazione della cannabis del 2022, evidenziando le nuove priorità del governo in materia di salute pubblica e controllo del mercato.

Secondo i dati del Ministero della Salute Pubblica, a fine dicembre 2025 erano attivi in tutto il paese 18.433 cannabis shop. Tuttavia, tra questi 8.636 avevano la licenza in scadenza durante lo scorso anno: soltanto 1.339 esercenti (15,5%) hanno rinnovato l’autorizzazione, mentre 7.297 hanno preferito chiudere definitivamente. Ciò significa che oggi rimangono operative poco più di 11.100 attività nel settore.

Il cambio di politica è avvenuto con il nuovo governo guidato dal Pheu Thai, che ha vietato l’uso ricreativo della cannabis e limitato la vendita e il consumo alla sola finalità medico-scientifica. Le nuove direttive ministeriali impongono condizioni molto più stringenti per il rilascio o il rinnovo delle licenze, tra cui l’obbligo per i dispensari di avere un operatore medico o un praticante tradizionale autorizzato in loco.

Questi requisiti, insieme al clima normativo più severo, hanno aumentato i costi di gestione e reso la prosecuzione dell’attività non più sostenibile per molti imprenditori. Alcuni esercenti hanno dichiarato di aver investito centinaia di migliaia di baht per avviare e mantenere il proprio negozio, ma ora non vedono possibilità di recuperare gli investimenti a causa delle nuove regole troppo onerose. Con il passaggio a un modello basato esclusivamente sull’uso medico della cannabis, le modifiche normative includono:

  • classificazione della cannabis come “erba controllata” vendibile solo con ricetta medica e per una fornitura massima di 30 giorni;
  • possibilità per i turisti di accedere alla cannabis solo dopo consultazione medica e certificato sanitario;
  • divieto di pubblicità e restrizioni sulle vendite in aree pubbliche o online;
  • multe fino a 25.000 baht per il consumo in pubblico.

Questi cambiamenti riflettono la volontà delle autorità di arginare l’uso ricreativo e potenziali rischi sociali, dopo un periodo in cui la liberalizzazione aveva portato a una rapida proliferazione di attività legate alla cannabis.

Non si tratta solo di un impatto economico per i piccoli imprenditori. Secondo alcuni esperti di salute pubblica, la liberalizzazione precedente è stata accompagnata da un aumento dei casi di intossicazione, dipendenza e psicosi legate alla cannabis, così come di accessi al pronto soccorso in località turistiche, con oltre 90 casi al mese e una prevalenza di pazienti stranieri. Questo fenomeno ha sollevato preoccupazioni anche nel settore turistico, con effetti negativi sulla reputazione del paese come destinazione sicura.

Le autorità sanitarie sostengono che la nuova normativa aiuterà a contenere i danni alla salute pubblica e a inquadrare la cannabis in un contesto medico più rigoroso, anche se resta da vedere come si evolverà il mercato nei prossimi anni.

(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

Le ultime previsioni della Banca Centrale d’Irlanda

Le ultime previsioni della Banca Centrale d’Irlanda stimano una crescita economica del 10,1% per quest’anno, trainata sia dalle esportazioni sia dal PIL, grazie a un forte aumento delle esportazioni farmaceutiche verso gli Stati Uniti nei primi cinque mesi dell’anno. Nei prossimi due anni è attesa una crescita solida. Sebbene le evoluzioni della politica commerciale e le strategie delle multinazionali continueranno a influenzare l’andamento complessivo, le prospettive economiche di fondo restano positive.

La domanda interna corretta è prevista in crescita del 2,9% nel 2025, per poi moderarsi leggermente nel 2026 e nel 2027. Dopo un calo nel 2024, gli investimenti fissi dovrebbero aumentare del 2,4% quest’anno e del 2,1% nel 2026, con un’accelerazione al 3,2% nel 2027.

Il mercato del lavoro irlandese resta solido. L’occupazione ha raggiunto un nuovo massimo storico nel secondo trimestre del 2025, nonostante una diminuzione della migrazione netta in entrata nell’anno fino ad aprile. Il settore delle costruzioni ha registrato un incremento dell’occupazione del 18,4%, contribuendo per il 46% alla crescita totale dell’occupazione. La disoccupazione rimane bassa, ma è prevista in leggero aumento nel periodo di previsione, arrivando al 4,9% nel 2027.

L’inflazione complessiva è stimata all’1,8% nel 2025, per poi scendere all’1,4% sia nel 2026 sia nel 2027. La prevista riduzione dell’inflazione riflette l’effetto dei prezzi energetici più bassi, l’apprezzamento dell’euro e un rallentamento dell’inflazione nei servizi.

 

(Contributo editoriale a cura della The Italian Irish Chamber of Commerce CLG)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Lunedì 16 Febbraio 2026

L'Argentina migliora il proprio Country Risk

Il recente andamento del Country risk argentino evidenzia un significativo miglioramento della percezione internazionale, con un consolidamento dell’indice al di sotto dei 500 punti base, su livelli che non si registravano dal 2018. Il Country risk, che misura il livello di affidabilità finanziaria di uno Stato attraverso la differenza di rendimento tra i suoi titoli di debito e quelli considerati più sicuri, come i titoli del Tesoro degli Stati Uniti, rappresenta un parametro fondamentale per valutare la fiducia degli investitori. Questo risultato è sostenuto dal costante incremento delle riserve della Banca Centrale, dal rafforzamento dei titoli sovrani e da una maggiore stabilità del mercato dei cambi. Parallelamente, la credibilità del quadro macroeconomico risulta in crescita, grazie a tassi di interesse reali positivi e a un contesto di minore volatilità finanziaria.

Questo scenario è particolarmente rilevante per l’Italia, in quanto favorisce un contesto più stabile e prevedibile per le imprese italiane interessate a investire, esportare o sviluppare partnership in Argentina. Un Paese con un rischio più contenuto offre maggiori garanzie in termini di pagamenti, accesso al credito e continuità operativa, riducendo l’incertezza per gli operatori esteri. Nel complesso, questi indicatori delineano uno scenario più solido e favorevole, con prospettive positive per la cooperazione economica bilaterale, l’attrazione di investimenti e lo sviluppo di nuove opportunità di business tra Italia e Argentina.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026
Mercoledì 11 Febbraio 2026

Italia e Ungheria: i numerosi ponti tra due eccellenze del vino

 

La produzione vinicola ungherese vanta una tradizione secolare che affonda le proprie radici già in epoca romana e che, nel corso dei secoli, ha contribuito a consolidare il ruolo del vino come settore di rilievo dell’economia agricola nazionale. Emblematica in tal senso è la regione del Tokaj Hegyalja, riconosciuta nel 1722 come il primo distretto vitivinicolo ufficiale al mondo.

Oggi l’Ungheria conta 22 regioni vinicole e oltre 10.000 operatori lungo la filiera. La produzione è destinata in parte all’export, che negli anni ha oscillato indicativamente tra 400 e 800 mila ettolitri annui.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il settore ha attraversato una fase di ridimensionamento strutturale. Le superfici vitate sono diminuite sensibilmente, passando dai 135 mila ettari del 1995 ai 60 mila ettari del 2024 (Figura 1).

Parallelamente, anche le esportazioni hanno registrato una flessione: dai 803 mila ettolitri dei primi anni duemila si è scesi a circa 544 mila ettolitri nel 2013. Tuttavia, negli ultimi anni, il settore vinicolo ungherese ha nuovamente registrato una nuova fase di crescita, arrivando, nel 2023, a raggiungere 1.266 mila ettolitri esportati (Figura 2).

Per quanto riguarda le importazioni, l’andamento osservato è differente; queste hanno infatti conosciuto un aumento significativo fino a 537 mila ettolitri nel 2011, per poi ridursi e stabilizzarsi su livelli più contenuti, pari a circa 76 mila ettolitri nel 2023 (Figura 2). Il mercato ungherese appare quindi caratterizzato da una progressiva apertura ai prodotti esteri, soprattutto nelle fasce qualitative più elevate.

Un trend analogo riguarda il consumo interno, anch’esso in lieve calo nel tempo, con una netta preferenza per i vini bianchi, coerente con una produzione nazionale maggiormente orientata a questa tipologia rispetto ai rossi.

Nonostante questo quadro, le prospettive di medio periodo risultano positive. Nel 2023, l’Ungheria si è collocata al settimo posto a livello mondiale per valore del mercato vinicolo, e le previsioni indicano una lieve ripresa dei consumi. Dopo tre anni di consumi al di sotto della media, l’Ungheria (2,2 milioni di ettolitri, +7,5% rispetto al 2023) sembra tornata ai livelli di consumo registrati nel 2019 e nel 2020 (Figura 3).

 

 

 

E l’Italia? 

Poiché la produzione vinicola ungherese è concentrata prevalentemente su vini di fascia medio-bassa, per soddisfare la domanda interna di prodotti di fascia medio-alta e premium viene soddisfatta in larga misura attraverso le importazioni.

In tale contesto, l’Italia riveste un ruolo di primo piano. Nel 2023, le importazioni ungheresi di vino hanno superato i 28 milioni di dollari; tra i principali Paesi esportatori, l’Italia si è posizionata al primo posto, superando anche la Francia e la Germania, con esportazioni pari a 11,1 milioni di dollari, valore che nel 2024, ha raggiunto gli 11,77 milioni di dollari. 

I vini italiani rappresentano la percentuale maggiore di vini importati in Ungheria, con valori che oscillano dal 40 al 46%. 

Il mercato vinicolo ungherese è caratterizzato da una forte prevalenza di vini bianchi, frizzanti e dolci, che rappresentano complessivamente circa il 77% dei consumi (guidati da produttori locali come Törley), mentre i vini secchi si attestano intorno al 23%, anche a causa dell’influenza storica della regione di Tokaj, simbolo della tradizione ungherese dei vini dolci.

Alla luce dello scenario di consumo locale, i vini bianchi italiani aromatici o caratterizzati da maggiore morbidezza, così come alcune tipologie di spumanti, quali Gewürztraminer, Moscati e Malvasie, possono trovare interessanti opportunità di inserimento nel mercato ungherese, nonostante nel primo semestre del 2023 i volumi di vino fermo nei 20 principali mercati internazionali siano calati del -4%; in questo contesto, le prospettive restano favorevoli per gli spumanti, per i quali si prevede un CAGR (tasso di crescita annuale composto) positivo del 1% tra il 2022 e il 2027.

A rafforzare questo trend, l’Italia, il maggior esportatore mondiale di vino per volume, ha invertito la tendenza negativa iniziata nel 2021, registrando una crescita del 3,2% in volume (21,7 milioni di ettolitri) e del 5,6% in valore (8,1 miliardi di euro). Questa performance positiva è stata trainata principalmente dagli spumanti, in particolare il Prosecco, aumentato del 12% in volume e del 9% in valore, mentre anche i vini imbottigliati hanno registrato buoni risultati nel 2024, con +4,1% in volume e +4,8% in valore.

 

Tuttavia, considerando che il mercato domestico ungherese, un posizionamento focalizzato esclusivamente su tali categorie rischierebbe di inserirsi in segmenti già ampiamente presidiati.

Per questo motivo, una strategia opportuna potrebbe essere quella di puntare su segmenti meno saturi, proponendo vini italiani caratterizzati da profili differenti rispetto alle preferenze tradizionali ungheresi, in particolare vini bianchi secchi, come Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Grigio, e vini rossi di qualità con etichette e vitigni quali Barolo, Pinot Nero, Chianti, Sangiovese e Merlot, capaci di offrire un’alternativa distintiva: sebbene in Ungheria il loro consumo sia tradizionalmente inferiore rispetto a quello dei bianchi, essi possono rappresentare una leva strategica soprattutto nei canali Ho.Re.Ca di fascia medio-alta.

Tale approccio consente di valorizzare le denominazioni DOP/IGP e il prestigio del Made in Italy, intercettando una domanda più evoluta, soprattutto tra consumatori più attenti e turisti a Budapest, sempre più interessati a vini premium e a esperienze enologiche di respiro internazionale. 

 

Il mercato ungherese di dimostra perciò essere una realtà dinamica e conveniente per le imprese italiane, capaci di inserirsi e affermarsi con auterovelezza e idee innovative. 

Sul territorio magiaro si contano infatti numerose imprese italiane attive nel settore vinicolo, da anni impegnate nella distribuzione di vini italiani. 

 

Il mercato vinicolo ungherese si presenta come un contesto dinamico, caratterizzato da una forte tradizione centenaria di storia e qualità. L’Ungheria vanta le sue eccellenze produttive, dalla celeberrima regione del Tokaj o il Bikaver della contea di Heves, che continuano a confermare il Paese come una voce discretamente autorevole a livello internazionale, capace di tenere testa ai grandi esportatori come Italia e Francia. 

 

Eppure, nonostante il giusto orgoglio per la produzione vinicola, l’Ungheria si dimostra essere anche un mercato attivo a livello internazionale, rappresentando una destinazione degna di nota per i produttori italiani che desiderano espandersi e far conoscere i loro eccellenti prodotti anche nel cuore dell’Europa. 

Come numerose realtà attive già testimoniano, le imprese italiane sanno abilmente affermarsi sul territorio ungherese, anche grazie al supporto di numerosi importatori locali.

Il pubblico ungherese, per la sua storia e tradizione vinicola di eccellenza, saprà sicuramente apprezzare l’eccellenza della produzione italiana. 

Per queste ragioni, investire nel mercato ungherese significa per i produttori italiani ampliare i propri orizzonti commerciali in modo mirato, rafforzando la propria presenza al cuore del continente e instaurando relazioni di lungo periodo con operatori qualificati. 

L’Ungheria è un partner naturale per chi desidera portare il valore, la storia e la passione del vino italiano oltre i confini nazionali.

 

FONTI

 

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria)

Ultima modifica: Giovedì 12 Febbraio 2026
Mercoledì 11 Febbraio 2026

La Federal Reserve mantiene invariati i tassi di interesse

La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariato il tasso di interesse di riferimento in un intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%, interrompendo una recente fase di riduzioni dei tassi. La decisione, in linea con le aspettative dei mercati, segue tre tagli consecutivi da 25 punti base ciascuno.

Nel comunicato diffuso al termine della riunione, la banca centrale ha rivisto al rialzo la valutazione sull’andamento dell’economia statunitense, segnalando che l’attività economica continua a crescere a un ritmo solido. Allo stesso tempo, la Fed ha indicato un rallentamento delle preoccupazioni sul mercato del lavoro: la crescita dell’occupazione resta contenuta e il tasso di disoccupazione mostra segnali di stabilizzazione.

Rimane invece elevata l’attenzione sull’inflazione, che secondo la Federal Reserve si mantiene ancora su livelli superiori all’obiettivo. La decisione riflette quindi un equilibrio tra una crescita economica resiliente e la necessità di monitorare l’evoluzione dei prezzi prima di eventuali nuovi interventi di politica monetaria.

(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce of Texas, Inc.)

Ultima modifica: Mercoledì 11 Febbraio 2026
Mercoledì 11 Febbraio 2026

Notizie mercati esteri - Repubblica Ceca

La Repubblica Ceca ha ottenuto lo scorso anno dall’UE 146 miliardi di corone

La Repubblica Ceca ha ottenuto lo scorso anno dall'Unione Europea pagamenti per circa 146 miliardi di corone. Lo ha indicato il Ministero delle Finanze Ceco.

I versamenti della Repubblica Ceca nel bilancio dell'UE ammontavano lo scorso anno a circa 68 miliardi di corone. Il saldo nei flussi dei pagamenti tra Praga e Bruxelles era quindi positivo per circa 78 miliardi di corone a favore della Repubblica Ceca. Dal 2023, tuttavia, il dato sta registrando un lieve calo, nonostante i pagamenti delle rate del programma NextGenerationEU.

La crescita del Pil ceco al massimo da tre anni

La crescita del prodotto interno lordo ceco è stata nel 2025 al massimo da tre anni. Lo indicano i dati dell'Ufficio di Statistica Ceco.

Nel 2025 l'economia ceca è cresciuta del 2,5%, in linea con quanto atteso dagli analisti. Il dato è al massimo dal 2022, quando il Pil è cresciuto del 2,8% nel quadro della ripresa dopo la pandemia di Covid-19. «La crescita di tutto l'anno è stata supportata dalla domanda domestica», ha indicato l'Ufficio di Statistica Ceco. L'occupazione è aumentata nel 2025 dell'1%.

Le aziende hanno ottenuto lo scorso anno dal programma per le imprese 5 mld. di corone

Le aziende ceche hanno ottenuto lo scorso anno dal programma operativo TAK, dedicato al sostegno del settore aziendale, circa cinque miliardi di corone. Lo indica l'agenzia API, che gestisce il programma.

L'agenzia ha versato lo scorso anno alle aziende 4,9 miliardi di corone di sovvenzioni precedentemente accordate. Nello stesso anno, i gestori del programma hanno emesso circa 2.300 atti, che hanno impegnato quasi 16,7 miliardi di corone di risorse. Il programma TAK è però tra quelli in cui la suddivisione dei fondi procede più a rilento, con il 61% del budget impegnato alla fine dello scorso anno, rispetto al 75% della media di tutti i fondi.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

Ultima modifica: Mercoledì 11 Febbraio 2026